La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti penitenziari, prevista dal nuovo decreto sicurezza, segna un ulteriore slittamento della funzione penale verso un modello emergenziale, in cui l’eccezione diventa regola. L’idea che appartenenti alla polizia penitenziaria possano agire sotto mentite spoglie, con esenzione dalla responsabilità per reati commessi durante tali operazioni, incide su principi cardine dell’ordinamento: legalità, proporzionalità, controllo giurisdizionale effettivo. Non si tratta di strumenti ignoti al diritto penale, già utilizzati in contesti delimitati come il contrasto alla criminalità organizzata. Qui, però, vengono trasposti in un ambiente strutturalmente fragile, privo di reali contrappesi e segnato da una compressione quotidiana dei diritti fondamentali.
Il carcere non è uno spazio neutro di investigazione. Il carcere è anzitutto un luogo in cui lo Stato esercita la massima intensità del proprio potere sui corpi e sulle relazioni. Introdurre la figura dell’agente infiltrato altera radicalmente gli equilibri interni, alimentando una generalizzata cultura del sospetto tra detenuti, con effetti prevedibili sulla sicurezza concreta delle persone ristrette e dello stesso personale. Il rischio è reale: in contesti sovraffollati e attraversati da tensioni strutturali, la percezione di una sorveglianza occulta può tradursi in conflitto, violenza e ritorsioni.
Sul piano giuridico, la scelta appare sproporzionata rispetto agli obiettivi dichiarati. I fenomeni che si intendono colpire – traffici illeciti interni, uso di telefoni – appartengono a una dimensione di microcriminalità che richiederebbe strumenti ordinari: trasparenza procedurale e rafforzamento delle garanzie. L’estensione di pratiche invasive, accompagnate da forme di irresponsabilità penale, produce un abbassamento della soglia di tutela dei diritti senza offrire adeguate garanzie di efficacia. È un segnale coerente con una legislazione penale frammentaria e reattiva, che accumula interventi simbolici senza interrogarsi sulla loro compatibilità costituzionale e sulla tenuta complessiva del sistema.
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