In ventiquattro ore Salvini esclude le navi italiane e Meloni le offre. Ma nessuno dei due sembra consapevole che una missione nello stretto potrebbe trascinare l'Italia in guerra

Il governo sta offrendo l’ennesimo spettacolo tragicomico sulla pelle degli italiani, questa volta con la questione dello stretto di Hormuz, di fatto chiuso e riaperto a varie riprese a causa della guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele in Medio Oriente.
In questo mese di aprile la questione delle difficoltà di navigazione imposte sullo stretto dalle forze marittime iraniane ha concorso a causare una crisi energetica notevole per le economie mondiali e il governo italiano si è scatenato nel consueto balletto di dichiarazioni confusionarie, contraddittorie ed espresse apparentemente “a casaccio”.
Salvini l’8 di aprile ha affermato con fermezza che non era in nessun modo nell’agenda governativa, neanche lontanamente, l’impiego di naviglio italiano per risolvere in qualche modo la questione dello stretto perché mancava un provvedimento delle Nazioni Unite, dichiarazione secca e perentoria. Il Presidente del consiglio Meloni neanche ventiquattro ore dopo parlava già di essere al lavoro con una coalizione nella quale figurava anche la Gran Bretagna (come Paese principale), e quindi una coalizione fuori da qualsiasi mandato Onu, per coordinare una missione di ripristino della libertà di movimento nello stretto…Praticamente una situazione paradossalmente comica già a questo punto.

Poi però gli sviluppi della vicenda sono divenuti convulsi e le dichiarazioni del governo hanno continuato a “evolversi”…pericolosamente.
A seguito del vertice di Parigi sulla navigazione nello stretto di venerdì appena trascorso Giorgi Meloni ha affermato davanti ai giornalisti che l’Italia era disponibile a offrire un suo contributo di navi militari per garantire la libertà di navigazione nello stretto che chiude il Golfo persico a partire dalla cessazione delle ostilità, in un quadro internazionale, menzionando l’Europa ma senza nominare le Nazioni Unite . Non è seguita alcuna nuova dichiarazione al rientro a Roma: il linguaggio assertivo adottato a Parigi non è stato rilanciato, ma piuttosto “addomesticato”, riassorbito entro i consueti vincoli dell’autorizzazione parlamentare e di un impegno quindi “soffusamente” condizionato”.
Siamo di fronte, è vero, ad una situazione in rapida e drammatica evoluzione ma al contempo ad una risposta italiana caratterizzata dall’incertezza e dalla variabilità e occasionalità delle dichiarazioni. Quello che spaventa di più però è che il livello politico militare non pare avere una reale contezza della pericolosità della missione, Meloni infatti si limita a dire che sarà una missione che dovrà avvenire in un contesto di ostilità cessate. Ma, come abbiamo visto, l’Iran in un tale contesto è già disponibile a concedere la libertà di navigazione nello stretto, quindi a cosa servirebbe la missione paventata dal governo italiano? Inoltre la Presidente del consiglio ha fatto un paragone con la missione “Aspides” che garantisce la sicurezza del naviglio al largo delle coste dello Yemen e nei mari adiacenti. Ma la seconda missione è, appunto al largo delle coste e non in uno tratto di mare obbligato come uno stretto e soprattutto in risposta ai ribelli Houthi e non ad un’azione delle forze marittime di una potenza regionale come l’Iran. Le idee del governo non sono certo chiare, con ogni evidenza, e con ogni evidenza il contesto diventa sempre più pericoloso.
Una missione per Hormuz potrebbe trascinare l’Italia direttamente nel conflitto e questo il governo non sembra comprenderlo soprattutto a causa dell’assenza completa di una strategia per il Golfo e per le aree adiacenti. C’è pertanto da essere più preoccupati del solito per l’ennesima mala gestione meloniana della politica internazionale.