Al Salone del Mobile, Giorgia Meloni ha liquidato lo scontro istituzionale più grave della legislatura con una parola: buonsenso. “Una norma di assoluto buonsenso”, ha detto dell’articolo 30-bis del decreto sicurezza, quello che il Quirinale ha giudicato in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione e che Mattarella ha minacciato di non firmare.
Il buonsenso, appunto.
In uno Stato di diritto il buonsenso non esiste come categoria giuridica. Esiste la Costituzione. Esistono i giudici. Il buonsenso è solo la misura soggettiva che ciascuno applica alle proprie convinzioni: personale, per definizione in conflitto con quella di chiunque altro. Chiamare “buonsenso” una norma bocciata dal Colle significa portare la legislazione sul terreno dell’emozione. Come dire “fidatevi di me: io sento che è giusto.
L’articolo 30-bis prevede 615 euro agli avvocati che ottengono il rimpatrio dei migranti assistiti. Il Consiglio nazionale forense si è dissociato. Le Camere penali hanno parlato di patrocinio infedele. Un avvocato che spinga il cliente verso una scelta perché conviene a sé è un problema deontologico grave. Buonsenso.
Chiunque creda alle proprie ragioni può invocarlo. Vladimir Solovyov, conduttore di Rossiya 1, ieri ha insultato Meloni in italiano su canale di Stato con parole tali da spingere la Farnesina a convocare l’ambasciatore Paramonov. Agisce nel buonsenso del suo popolo. Il buonsenso di Solovyov. Il buonsenso di Meloni.
La Costituzione esiste perché i fondatori sapevano che il buonsenso dei potenti è il peggior nemico dei diritti dei deboli. Il Quirinale ha applicato la Carta.
Buon mercoledì.




