Un lavoratore di origine indiana è stato abbandonato davanti all’ospedale di Salerno lo scorso 17 aprile, con le gambe in avanzato stato di cancrena, e il conseguente deterioramento degli organi vitali. Un’altra tragedia, che richiama quella di Satnam Singh, morto due anni fa a Latina col braccio, tranciato durante il lavoro, deposto in una cassetta. Notizie di questo genere conquistano la ribalta mediatica sempre più di rado, e se accade è dovuto a due motivi: perché esemplificano una tragedia, ovvero un evento grave, fatale, indipendente da qualsiasi volontà. Oppure per la loro spettacolarità, quasi ci trovassimo in un film splatter.
Di spettacolare, in realtà, c’è ben poco. Di tragico, semmai, va registrata la regolarità di questi eventi, coi lavoratori, purtroppo, protagonisti in negativo. Eventi come quello di Latina e quello di Salerno denotano un carattere strutturale, da mettere in relazione con le caratteristiche del capitalismo contemporaneo. La flessibilità, proclamata come un caposaldo dell’economia attuale, si ritorce contro i lavoratori sotto due aspetti. In primo luogo, li rende delle vere appendici del processo produttivo, pezzi intercambiabili, pronti ad essere rottamati, come nei due casi in oggetto, al momento in cui vanno incontro a incidenti sul lavoro. Alessandro Dal Lago, compianto studioso di fenomeni migratori, parlava di non-persone, ovvero del mancato riconoscimento ai migranti, in questo anche in quanto lavoratori, dello status di persona in nome della loro esclusione dalla possibilità di fruire delle prerogative riconosciute a un cittadino.
In secondo luogo, la forza lavoro, in quanto flessibile, deve derogare ai propri diritti in cambio di un’occupazione. Ne consegue, nel caso dei migranti, l’impossibilità di fruire di uno status legale, a partire dalla quale si evita di stipulare un contratto che garantisca orari di lavoro prestabiliti, salari congrui, straordinari regolati dalla corresponsione di adeguamenti in busta paga, indennità di rischio, assistenza sanitaria. In altre parole, di quei diritti sociali ottenuti dai lavoratori dopo secoli di lotte, oggi ritenuti un orpello da un capitale che si basa sull’accumulazione flessibile, ovvero su una produttività basata sulla possibilità di disporre a proprio piacimento della forza lavoro, per ottenere la massima resa e comprimere i costi del lavoro. Esigenze di fronte alle quali i diritti diventano un lusso, se non addirittura un ostacolo di chi fa della competizione e della massimizzazione dei profitti i principi regolatori della propria attività.
La flessibilità, a ben vedere, viene declinata a senso unico, in quanto viene considerata tale solo se avvantaggia i datori di lavoro. Molto raramente, se non addirittura mai, arreca vantaggi ai lavoratori e alle lavoratrici. Che non possono, vista l’asimmetria dei rapporti di forza, scegliere se lavorare, per quanto tempo, e con quali compiti. Ma che, viceversa, debbono adeguarsi alle richieste dei loro reclutatori, spesso negoziate al ribasso, in condizioni di vita ai limiti della disumanità.
È proprio in questo contesto flessibile, ovvero di deroga ai diritti, che si creano gli spazi per il ruolo attivo che le organizzazioni criminali, come da anni inchieste e ricerche documentano, esercitano all’interno del mercato del lavoro, in particolare nell’edilizia e nell’agricoltura. A partire dalla messa in atto di una pratica che si pensava desueta, come quella del caporalato. Reclutare manodopera attraverso meccanismi informali comporta il vantaggio di non dovere ottemperare agli obblighi di legge, primo tra tutti la stipula di un regolare contratto di lavoro. Di non dover fare i conti con l’ispettorato, o con la possibilità che le organizzazioni sindacali avanzino rivendicazioni per conto di una forza lavoro che non conoscono o che gli viene impedito di conoscere, in quanto invisibile.
Inoltre, il controllo della manodopera da parte delle organizzazioni criminali comporta altri vantaggi. Per esempio, quello di poter versare una paga concordata coi reclutatori, spesso molto al ribasso rispetto alle soglie previste per legge. Per non parlare della possibilità di intensificare i ritmi e gli orari di lavoro facendo leva sulla capacità intimidatoria che le mafie esercitano sui lavoratori. Chi rifiuta di adeguarsi, si ritrova senza lavoro, pronto ad essere rimpiazzato da altri o altre bisognose di guadagnare. Last but not least, l’intimidazione mafiosa sortisce l’effetto immediato di prevenire ogni velleità di mobilitazione e di rivendicazione, costringendo lavoratori e lavoratrici ad adeguarsi alle condizioni imposte, pena la messa in atto di ritorsioni su di loro o sui loro familiari.
Lo sfruttamento attraverso il caporalato crea un’interfaccia tra le economie legali e quelle definite sporche, in nome del profitto, della produzione e della competizione. Per assicurare le quali, si rimuovono e si vilipendono i diritti garantiti dalla Costituzione. Soprattutto, come nel caso di Satnam Singh e di quello recente della Piana del Sele, si nega il più elementare diritto ai lavoratori, ovvero quello di esistere e di essere trattati come esseri umani. Dal momento che, una persona invisibile, non interessa nessuno, e può essere rapidamente sostituita da un’altra, pronta ad entrare nel ciclo della flessibilità, ovvero della repressione, dello sfruttamento, delle minacce.
È necessario rovesciare la prospettiva. Prendendo coscienza delle conseguenze della flessibilità. Rimettendo al centro di ogni discorso pubblico i diritti, in particolare affermando il loro carattere rigido, non negoziabile. Per farlo, si rende necessario insistere sulla necessità di facilitare l’ingresso legale sul territorio italiano, e facilitare il processo di acquisizione della cittadinanza. Un Paese che ricorre al caporalato, è un Paese senza futuro, ancora legato a pratiche disumane, ottocentesche. È ora di guardare avanti. Per Satnam. E per il lavoratore di cui non conosciamo il nome. Ma che ci nomina tutti, e ci richiama all’assunzione delle nostre responsabilità di cittadini di una repubblica fondata sul lavoro.
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Crimini e caporali. Lo sfruttamento nell’epoca del lavoro flessibile, a cura di Stefano Becucci e Vincenzo Scalia (Futura editrice), nasce da un convegno tenutosi il 20 marzo 2024 a Firenze, pochi giorni dopo la tragedia di via Mariti, e raccoglie i contributi di sociologi, antropologi, criminologi, sindacalisti e magistrati con un obiettivo preciso: spiegare il caporalato non come eccezione, ma come meccanismo strutturale del capitalismo contemporaneo. Il titolo è un omaggio esplicito ad Alessandro Leogrande, tra i primi giornalisti italiani a raccontare il caporalato con rigore e umanità.

In apertura, Foto di Bernd 📷 Dittrich su Unsplash




