Gli armamenti moderni non uccidono solo chi viene colpito dai proiettili. L’esplosione di un ordigno bellico - racconta il fisico climatologo del Cnr Antonello Pasini - produce emissioni che inquinano i terreni e avvelenano le falde acquifere, portando per gli anni a venire un ulteriore carico di morte per malattia

L'inquinamento è ciò che resta quando la violenza ha già cambiato il mondo». Questa frase viene da Nausicaä della Valle del vento, il film d’animazione con cui Hayao Miyazaki, nel 1984, immaginava un futuro post-bellico in cui la natura e l’umanità portano ancora, indelebilmente, i segni di ciò che la guerra aveva fatto al mondo. Una storia di fantasia che si rispecchia fin troppo fedelmente nella realtà di conflitti come quelli nella Striscia di Gaza e nelle regioni orientali dell’Ucraina. Infatti questi territori non sono soltanto colpiti da una drammatica crisi umanitaria nel senso convenzionale del termine, ma sono soggetti da parte dei rispettivi eserciti aggressori - l’Idf israeliano di Netanyahu e quello russo di Putin - a una trasformazione ambientale forzata: una produzione sistematica di territori inabitabili, non solo perché distrutti, ma perché avvelenati. Miyazaki è un autore giapponese nato e vissuto nella cultura di un Paese che ha attraversato le tragedie nucleari di Hiroshima e Nagasaki e con questa opera provava a farsi Cassandra di un destino per lui annunciato.

Nel linguaggio della chimica, infatti, il potenziale distruttivo delle armi moderne non si esaurisce con l’esplosione di una bomba d’aereo da centinaia di kg, ma prosegue per decadi, avvelenando i terreni, le falde acquifere, i fiumi, portando un ulteriore carico di morte. Tanto che il diritto internazionale sta tentando di formulare, accanto al più noto concetto di genocidio, quello di ecocidio, per indicare la distruzione massiccia, estesa e duratura degli ecosistemi causata da guerre, sfruttamento industriale o contaminazioni, tale da compromettere gravemente la vita umana. Eppure continuiamo a pensare ai conflitti come a eventi circoscritti nel tempo - cominciano, si sviluppano, terminano con una firma su un trattato. Il problema è che questa grammatica temporale non regge, ammesso che abbia mai retto, di fronte alla guerra contemporanea.

C’è una dimensione di questo problema che trascende i confini geografici dei singoli conflitti, e che la recente guerra in Iran più urgente che mai. Antonello Pasini, ricercatore associato al Consiglio nazionale delle ricerche e studioso di climatologia e fisica dell’atmosfera, ha messo a fuoco una questione che la comunità scientifica stenta ancora ad affrontare con la necessaria urgenza: il nesso tra guerra e crisi climatica non è unidirezionale. Non è solo il clima

Questo articolo è riservato agli abbonati

Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivista
Se sei già abbonato effettua il login