L’Unione europea ha infine approvato nuove sanzioni individuali contro alcuni coloni israeliani e organizzazioni estremiste attive nei territori occupati della Cisgiordania. È una decisione che arriva dopo mesi di paralisi politica e che rappresenta, allo stesso tempo, un fatto giuridicamente rilevante e una misura largamente insufficiente rispetto alla gravità della situazione palestinese e alle stesse violazioni del diritto internazionale ormai accertate da numerosi organismi internazionali.
Le sanzioni adottate consistono nel congelamento di beni, nel divieto di ingresso nel territorio dell’Unione e nella limitazione di rapporti economici con persone ed entità ritenute responsabili di violenze contro la popolazione palestinese. In termini giuridici, una sanzione internazionale è uno strumento coercitivo non militare attraverso cui Stati o organizzazioni sovranazionali cercano di modificare comportamenti considerati contrari al diritto internazionale o ai principi fondamentali della comunità internazionale. Le sanzioni possono colpire individui, imprese, organizzazioni oppure interi Stati, incidendo su relazioni commerciali, finanziarie e diplomatiche.
Nel caso europeo, però, la scelta di limitarsi a singoli coloni appare soprattutto il segno di una profonda contraddizione politica. L’Unione riconosce formalmente l’illegalità degli insediamenti israeliani nei territori occupati — illegalità ribadita da decenni dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e recentemente confermata anche dalla Corte internazionale di giustizia — ma continua a evitare qualsiasi misura diretta contro il governo israeliano o contro il sistema politico e amministrativo che quelle colonie sostiene, finanzia e protegge.
Il risultato è una posizione debole, ma non del tutto irrilevante. Debole perché evita accuratamente di colpire il livello statale e governativo. Non irrilevante perché, per la prima volta dopo molti mesi di stallo, l’Unione europea ammette implicitamente che esiste una responsabilità politica e giuridica legata alla violenza dei coloni e all’occupazione. Persino questo piccolo passo è stato possibile soltanto grazie al venir meno del tradizionale veto ungherese e alla pressione crescente di una parte dell’opinione pubblica europea.
La vera questione, tuttavia, riguarda ciò che l’Europa continua a non fare.
La misura realmente incisiva sarebbe la sospensione dell’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele, il quadro giuridico che regola privilegi commerciali, cooperazione economica, rapporti scientifici e relazioni politiche tra Bruxelles e Tel Aviv. L’accordo contiene una clausola essenziale sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici: clausola che, teoricamente, consentirebbe la sospensione totale o parziale dell’intesa in presenza di violazioni gravi e sistematiche. È esattamente ciò che Spagna e Irlanda hanno chiesto di discutere apertamente, trovando però l’opposizione netta della Germania e l’ambiguità di altri governi europei, Italia compresa.
La seconda vera sanzione sarebbe l’interruzione delle forniture militari verso Israele. Finché proseguono esportazioni di armamenti, componenti belliche, sistemi dual use e cooperazione militare, qualsiasi condanna politica rischia infatti di apparire puramente simbolica. La questione non è soltanto morale o politica, ma anche giuridica. Il diritto internazionale impone agli Stati l’obbligo di non contribuire a violazioni gravi del diritto umanitario internazionale. Ciò significa che la continuazione di forniture militari verso uno Stato accusato di crimini internazionali potrebbe aprire interrogativi sulla responsabilità indiretta degli Stati fornitori.
È qui che il quadro giudiziario internazionale assume un’importanza decisiva.
Sul piano della giustizia penale internazionale, la Corte penale internazionale dell’Aia ha emesso mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza. Le accuse riguardano, tra le altre cose, l’uso della fame come metodo di guerra, gli attacchi contro civili e la persecuzione della popolazione palestinese. La Corte ha avanzato richieste analoghe anche nei confronti di dirigenti di Hamas per i crimini del 7 ottobre, richieste che sono tuttavia in gran parte cadute per la morte dei destinatari. È un passaggio storico: per la prima volta i vertici politici israeliani vengono formalmente collocati dentro il perimetro della giustizia penale internazionale.
Parallelamente agisce la Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario delle Nazioni Unite competente nelle controversie tra Stati — un organo distinto dalla Corte penale internazionale, con funzioni e giurisdizione diverse. Nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto la plausibilità del rischio genocidario a Gaza e ha ordinato misure cautelari imponendo a Israele di prevenire atti potenzialmente riconducibili alla Convenzione sul genocidio e di consentire l’accesso degli aiuti umanitari. La stessa Corte internazionale di giustizia ha inoltre dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi protratta dal 1967, chiedendo la cessazione delle attività coloniali e il ritiro dell’occupazione.
Dal punto di vista strettamente giuridico, dunque, Israele non si trova più davanti soltanto a una crisi diplomatica o a critiche politiche. Si trova progressivamente inserito dentro una rete di contestazioni giudiziarie internazionali senza precedenti nella sua storia. Ed è proprio questo elemento a rendere sempre più fragile la posizione europea: da un lato Bruxelles continua a proclamare la centralità del diritto internazionale; dall’altro evita di trarne fino in fondo le conseguenze politiche ed economiche.
La differenza di trattamento rispetto alla Russia è ormai evidente persino dentro le istituzioni europee. Contro Mosca l’Unione ha approvato decine di pacchetti sanzionatori, colpendo banche, oligarchi, commercio, energia, trasporti e apparato statale. Nel caso israeliano, invece, si continua a isolare la responsabilità dei singoli coloni come se la colonizzazione fosse una devianza periferica e non una politica strutturale sostenuta dal governo.
Per questo le sanzioni appena approvate appaiono soprattutto come il tentativo di tenere insieme due esigenze opposte: mostrare che l’Europa non è completamente immobile davanti alla distruzione di Gaza e all’espansione coloniale in Cisgiordania, senza però rompere realmente il rapporto strategico con Israele. È una posizione di equilibrio sempre più difficile da sostenere, perché il diritto internazionale, una volta evocato, tende prima o poi a presentare il conto anche alla politica.




