Una proposta concreta per rendere la giustizia coerente con l’architettura costituzionale

Terminati i commenti immediati alla vittoria referendaria, possiamo provare a tracciare un primo quadro di analisi politica su quanto accaduto lo scorso 23 marzo. Innanzitutto, ci sembra di poter dire che c’è stato un ritorno alla politica da parte dei cittadini e delle cittadine italiane: non si tratta di un accidente o di un caso fortuito. Dietro il NO vi è, infatti, una maggioranza popolare antifascista che rifiuta l’autocrazia elettiva che il governo Meloni incarna perfettamente, come del resto ha chiaramente denunciato la manifestazione No Kings del 28 marzo. Il NO che esce dalle urne, infatti, è un NO al trumpismo e alle sue guerre psicopatiche, all’Europa armata ed al suprematismo bianco che si incarna nel razzismo feroce dell’Ice.

Sappiamo, tuttavia, che aver detto NO a questa riforma - inutile sul piano politico, quanto inconsistente e sbagliata sul piano costituzionale - non significa che tutto vada per il verso giusto in questo Paese. Bisogna ripartire non soltanto dalla difesa, ma dalla completa attuazione della Carta costituzionale che è innanzitutto un programma politico, in primis sul terreno della piena effettività e garanzia dei diritti sociali.

La maggioranza che ha votato NO, del resto, va ben oltre identità e programmi delle forze che compongono il c.d. “campo largo”, partiti che non possono mettere il carro davanti ai buoi e provare strumentalmente ad appropriarsi di una vittoria i cui protagonisti sono stati larghi strati della popolazione che, nelle forze partitiche del centro-sinistra, non riesce proprio ad identificarsi.

Il secondo dato che emerge dal voto, poi, è la straordinaria prova democratica che ci hanno dato centinaia di migliaia di ragazze e giovani che hanno saputo cogliere, con intuito ed intelligenza - come è accaduto spesso nella storia di questo Paese, in particolare nei tornanti più difficili e pericolosi per la stabilità democratica della Repubblica -, lo strumento che avevano a disposizione per esprimere il rifiuto dell’autocrazia al governo e, quindi, per politicizzare il referendum. Ma questo rifiuto, ci sembra, deve anche essere letto

Questo articolo è riservato agli abbonati

Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivista
Se sei già abbonato effettua il login