Un cardiologo in pensione smonta vent'anni di bugie sui migranti. Dal Memorandum Italia-Libia al decreto Piantedosi, la politica non vuole fermare le morti. Vuole renderle invisibili

Mimmo Risica è un medico. E salva vite. Cardiologo, 35 anni nel Servizio sanitario nazionale, già primario all’Ospedale Civile di Venezia, dopo la pensione avrebbe potuto scegliere la traiettoria normale di chi pensa di avere già dato abbastanza: il tempo per sé e la moglie Daniela, una casa a Trapani, una vita finalmente sottratta ai turni e alle urgenze. Ha scelto invece il punto in cui la vita umana si spezza più facilmente. Dal 2006 è volontario di Emergency, tra ospedali e campi profughi dell’Africa e del Medio Oriente. Poi è arrivato l’incontro fortuito con Beppe Caccia, cofondatore di “Mediterranea”, e l’impegno sulle navi di Mediterranea Saving Humans, dove il mare ha smesso da tempo di essere geografia ed è diventato una frontiera di sopravvivenza. È tornato a metà aprile dall’ultima missione con la barca a vela trapanese Safira2, con la quale a largo di Lampedusa hanno salvato 111 persone durante i naufragi di Pasqua. Nelle parole di Mimmo Risica il Mediterraneo non coincide mai con l’astrazione geopolitica di cui discutono i governi. È un luogo concreto: i corpi schiacciati nelle stive, i bambini ustionati dalla miscela di benzina e acqua salata, le donne che portano addosso la sistematicità dello stupro, gli uomini sopravvissuti a una sequenza quasi infinita di detenzioni, torture, ricatture. Questa è la parte che l’Europa continua ostinatamente a non voler guardare.

Le missioni umanitarie cambiano presto il suo modo di intendere la medicina. In Sudan, con Emergency, partecipa all’avvio del primo ospedale cardiochirurgico gratuito del continente africano; nei campi del Kurdistan iracheno e di Khartoum con 500 mila persone – dove l’acqua arriva a dorso di mulo da pozzi lontani – capisce che il dolore non è mai un accidente isolato, ma quasi sempre la conseguenza politica di un ordine diseguale del mondo. Le migrazioni, viste da quei luoghi, smettono di essere un’emergenza da talk show. Diventano ciò che sono: la traiettoria finale di guerre, desertificazione, dittature, miseria, persecuzione. Il mare è soltanto l’ultimo tratto di una fuga iniziata molto prima. Ma è il Mediterraneo a imprimergli la ferita più netta. Nel 2014, durante una grande operazione di soccorso con l’organizzazione “Moas”, a sole 12 miglia dalla Libia, si trova davanti una imbarcazione double deck sovraccarica di esseri umani. Sopra centinaia di persone. Sotto, nella stiva, decine di ragazzi già morti soffocati dai carburanti. Da quel momento Mimmo Risica non smette più. Missione dopo missione comprende che il punto non è soltanto salvare. È vedere. E raccontare ciò che gli Stati hanno interesse a mantenere opaco. Da anni una parte della politica europea continua a ripetere la teoria del cosiddetto “pull factor”: la presenza delle Ong favorirebbe le partenze. È una formula utile, perché sposta la responsabilità dal perché si fugge al perché qualcuno salva. Ma i racconti raccolti da Risica a bordo la rendono quasi oscena. C’è l’eritreo di trentaquattro anni che viaggia da diciassette, passando per Sudan, Kenya, Libia, campi di detenzione e respingimenti. C’è la donna etiope incinta con un bambino di cinque anni che tenta di raggiungere il marito in Svezia, per ricongiungimento familiare negato. C’è chi racconta di essere stata rinchiusa, per una settimana e senza acqua né cibo, “underground”, in una buca scavata nel terreno insieme ad altre 400 persone. Ci sono uomini costretti a telefonare alle famiglie mentre un compagno viene torturato davanti a una videocamera, per ottenere denaro. Ci sono donne sottoposte a violenze sessuali sistematiche nei centri libici e a punture di estrogeni per evitare le gravidanze. C’è perfino chi è stato intercettato e riportato indietro dieci volte dalle cosiddette guardie costiere libiche. Dieci volte ricatturato. Dieci volte ripartito. Chi sale su un gommone dopo dieci ricatture non sta inseguendo una scorciatoia umanitaria: sta tentando di uscire da un luogo percepito come peggiore della morte. Ed è qui che la teoria del “pull factor” collassa. Nessuno mette un bambino di cinque anni su un gommone, nel buio del mare di notte, perché sa che forse troverà una nave civile. Lo fa perché l’alternativa è ritenuta più insopportabile del naufragio.

Dal Memorandum Italia-Libia del 2017, del resto, la gestione del Mediterraneo centrale si fonda su questo: esternalizzare il confine, delegare ad altri il lavoro sporco, ridurre la visibilità pubblica delle violenze. Le navi civili sono diventate così non soltanto soccorritori, ma osservatori indipendenti di una frontiera che gli Stati preferiscono tenere senza occhi. Ed è precisamente questa funzione che i fermi amministrativi introdotti dal decreto Piantedosi colpiscono: non bloccano soltanto una capacità di salvataggio, bloccano una capacità di testimonianza. Dal 2023 le navi della flotta civile sono state fermate decine di volte – Mare Jonio, Mediterranea, Humanity, Sea Watch – per centinaia di giorni complessivi di immobilizzazione forzata in porto e centinaia di migliaia di euro di multa: giorni sottratti ai soccorsi, ma anche giorni sottratti alla presenza di medici, equipaggi, osservatori, telecamere, registrazioni, diari di bordo, prove materiali di ciò che accade tra la Libia, la Tunisia e le acque internazionali. Per questo il decreto Piantedosi funziona come un dispositivo doppio: riduce i soccorsi e insieme riduce i testimoni. Meno navi in mare significa meno persone salvate, ma significa anche meno occhi sulle omissioni di soccorso, sulle chiamate mayday senza risposta, sulle ricatture delle motovedette libiche, sulle deportazioni verso i centri di detenzione, sulle operazioni di tratta ormai accertate anche dall’Onu. Significa un Mediterraneo ancora più invisibile. Ed è anche per questo che le Ong danno fastidio: perché salvano, certo, ma soprattutto perché documentano che il Mediterraneo non è una frontiera difesa, è una frontiera appaltata. Sulle navi Mimmo Risica è il medico che fascia ustioni chimiche, controlla disidratazioni, sedazioni, crisi respiratorie. Ma è anche il luogo in cui i naufraghi iniziano a parlare. Durante una visita o una notte trascorsa sul ponte consegnano frammenti di biografie che nessuna statistica migratoria potrà mai contenere. Fra tutte le immagini che conserva, ce n’è una che torna più delle altre: i bambini. Li vede arrivare schiacciati al centro della chiglia dei gommoni, dove le madri li collocano credendo sia il punto più sicuro. Li vede ustionati, terrorizzati, muti. Poi, appena toccano il ponte della nave, molti chiedono fogli e colori e iniziano a disegnare la nave che li ha raccolti. È l’infanzia che riconosce immediatamente il passaggio da uno spazio di minaccia a uno spazio di cura. Ma quella gioia è soltanto una tregua. La verità che Mimmo Risica ha imparato in questi anni è semplice: le persone non partono perché qualcuno potrebbe salvarle, partono perché restare significa fame, guerra, persecuzione, detenzione, assenza di futuro. Le Ong arrivano dopo, arrivano quando tutto il resto ha già fallito. Non sono il motore delle migrazioni. Sono il residuo civile che impedisce al Mediterraneo di diventare uno spazio di morte senza testimoni. Mimmo Risica, in fondo, fa questo: salva vite. E impedisce che quelle vite scompaiano nel punto in cui l’Europa ha deciso di smettere di guardare.

Foto Mediterranea