Il nuovo romanzo di Vittorio Giacopini legge il presente attraverso due epoche lontane, una passata e una futura, in cui si muove una costellazione di figure apparentemente marginali e di sopravvissuti che denunciano l’insostenibile normalità della guerra permanente

Non esiste passato né futuro. Tutto è un fluire di eterno presente». Sono parole di James Joyce dette al suo amico Jacques Mercanton a Parigi. Queste parole sfumate definiscono anche i confini, o meglio i non-fini, dell’ultimo romanzo di Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è pace (edito da Nutrimenti sarà presentato il 16 maggio alle 17:15 in sala Madrid al salone del libro di Torino dallo stesso Terrinoni, con Giorgio Zanchini, ndr).

Già autore di opere d’ombra, che sfuggono, fuggono e poi mordono, come dei guerriglieri invisibili o come i virus latenti, Giacopini, dopo Roma (Il saggiatore) e L’orizzonte degli eventi (Mondadori), continua a dipingere, a tessere la sua peculiare mappa dell’immaginario contemporaneo: un immaginario senza margini, senza remore, e senza regole.

O forse, con una regola sola: la consapevolezza che se qualcosa ci compone, questa cosa è la guerra, una guerra che non finisce mai.

Attentissimo lettore di Orwell, Vittorio Giacopini dimostra di possedere una dimestichezza rara nella narrativa contemporanea, una familiarità con quell’immaterico che ci disgrega e che ci pungola, che ci addormenta ma solo per permetterci di sognare i nostri incubi quotidiani, incubi persistenti.

E poi, al punto esatto, ci risveglia nel mezzo dell’oscurità, non per celare quel che resta di vero o di presunto vero nelle nostre esistenze, ma per rivelarne il potenziale al reagente di una luce oscura.

La lingua di questo scrittore-mago della parola è vorticosa e avvolgente, e si confronta, come sempre nei suoi romanzi, con una trama intensa, veloce e perturbante. Una trama che riavvolge il tempo e che ripropone le paludi e gli inferni della guerra dei trent’anni, in una proiezione al futuro non profetica quanto augurale. Augurale nel senso che non legge il futuro, ma il presente. Non lancia moniti ma propone auspici. E ci piomba nell’oggi

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