Alla vigilia di IPER Festival, Giorgio de Finis rovescia il paradigma securitario del “modello Caivano”: i margini urbani non sono vuoti da contenere, ma superluoghi dove arte, desiderio e immaginazione diventano bisogni ed esigenze primarie

Le periferie ci interrogano. Da lì partano le domande più radicali riguardo alla nostra democrazia. Il 6 maggio ne discutiamo all’Urban center di Roma con l’assessore alla cultura di Roma Capitale Massimiliano Smeriglio e con il direttore del festival Giorgio de Finis, ecco il suo intervento per Left

C’è un’immagine che ritorna, quasi ossessiva, quando si parla di interventi nelle periferie: quella del campo da calcetto. Il “modello Caivano”, per intenderci. Un dispositivo tanto immediato quanto riduttivo, che sembra condensare una certa idea di risposta pubblica: offrire, accanto al “bastone” (polizia, carabinieri, esercito), la “carota”, immaginando utile una valvola di sfogo per l’aggressività in esubero (una concezione idraulica della violenza). Eppure, proprio a partire da semplificazioni e pregiudizi di questo tipo, si apre una questione ben più ampia: quali bisogni riconosciamo alle periferie? E soprattutto, chi li definisce?

Perché se è vero che esistono periferie spaziali, riconducibili ad aree specifiche della città e a piani di urbanistica pubblica e popolare, è altrettanto evidente che le marginalità eccedono di gran lunga la dimensione geografica e territoriale. Ci sono periferie temporali, sospese tra un passato mai metabolizzato e un futuro che tarda ad arrivare; periferie storiche, come quelle evocate provocatoriamente da Pablo Echaurren quando rivendica una dignità “preistorica” ai Neanderthal; periferie economiche, certo, ma anche di genere, anagrafiche – i giovani, da un lato, e le cosiddette “fragilità adulte” dall’altro – quelle esistenziali. Esistono periferie legate alla salute, tanto nella sua dimensione clinica quanto in quella prescrittiva, costruita per contrasto con un corpo ideale, normodotato, definito a priori. E si potrebbero aggiungere le periferie di specie, che riguardano le forme di vita non umane e quelle ecosistemiche, che investono interi ambienti senza diritti e senza tutela.Tutte queste condizioni tendono a essere raccolte sotto un unico segno, quello della sottrazione. La periferia come mancanza, come deficit, come spazio segnato dal segno. Quartieri dormitorio, infrastrutture assenti o insufficienti, scarsa o assente offerta lavorativa, servizi per la comunità ridotti al minimo. Perfino il colore sembra mancare, se è vero che per lungo tempo le periferie sono state descritte come grigie, monocrome, salvo poi diventare, negli ultimi anni, superfici per interventi di street art spesso commissionati dall’alto e spacciati per rigenerazione urbana.

Eppure, questa lettura non è neutra. Nasce da un’opposizione paradigmatica, quella tra centro e periferia, che finisce per duplicare la città nel suo contrario. Il centro come luogo della ricchezza, del pieno, della legittimità, della visibilità; la periferia come suo negativo, come spazio dell’incompiuto, del difettoso, dell’irrisolto. Ma è proprio il centro, in molti casi, a produrre la periferia: attraverso dinamiche espulsive che allontanano le fasce più fragili della popolazione, oppure attraverso modelli abitativi concentrazionari, privi di mixité sociale, destinati a trasformarsi in enclave. A questo si aggiunge lo stigma, che agisce su più livelli e che contribuisce a fissare nell’immaginario collettivo l’idea di territori irrecuperabili. Una narrazione spesso alimentata dai media, che non sempre riesce a dissimulare classismo e esclusivismo culturale. Emblematica, in questo senso, è certa retorica giornalistica che, anche in tempi recenti, ha descritto i movimenti dei giovani dalle periferie verso i centri storici come una sorta di invasione, quasi una minaccia. La paura del contagio, durante la pandemia, ha funzionato come variazione contemporanea di un tema antico: quello delle “classi pericUna fanta-narrazione, quasi un horror movie, che attribuisce intenzionalità distruttiva a chi, più semplicemente, rivendica una presenza, uno spazio, una possibilità di attraversamento. E tuttavia, occorre non fermarsi al solito cahiers de doléances.

Esiste anche una dimensione costruttiva, che riguarda le potenzialità insite nei margini. Restare ai bordi della fiumana del progresso può apparire come una condizione precaria, una lotta continua tra il nuotare e l’affogare. Ma in un sistema governato da un capitalismo che ha assunto una scala geologica, i territori meno esposti alla pressione finanziaria e speculativa possono diventare spazi di sperimentazione. Luoghi in cui immaginari anche divergenti trovano modo di emergere, e pratiche controcorrente riescono a sedimentarsi. È in questi contesti che nascono esperienze come quella di Metropoliz, occupazione abitativa illegale difesa da un museo di arte contemporanea (il MAAM). Quando Marc Augé lo visitò lo definì un “superluogo”: uno spazio in cui l’arte non è ornamento ma dispositivo di protezione, capace di accogliere gli esclusi e di costruire senso. Un progetto che, partito quindici anni fa ha progressivamente conquistato riconoscimento, fino a coinvolgere anche l’amministrazione pubblica in un processo di regolarizzazione e valorizzazione.

Mi colpì, tempo fa, una scritta apparsa su una delle vele di Scampia: “Dateci un museo”. Una richiesta che disarticola immediatamente il paradigma dei bisogni primari. Non solo strade meno dissestate, non solo case senza infiltrazioni, non solo spazi sportivi. Ma un museo. Un luogo di produzione e fruizione culturale, di costruzione simbolica, di elaborazione collettiva. È qui che si rivela un altro equivoco diffuso: pensare che la vita, soprattutto nelle sue forme marginali, sia riducibile alla sopravvivenza fisica, escludendo dalla lista dei bisogni la bellezza, la musica, la poesia, l’arte. Come se il desiderio, l’immaginazione, il sogno fossero un lusso, e non una componente strutturale dell’esistenza.

In questo senso, le periferie che reclamano cultura non stanno semplicemente chiedendo di più: stanno ridefinendo il perimetro di ciò che è necessario. Stanno dicendo che tra i bisogni fondamentali rientra anche la possibilità di accedere a forme di espressione e di rappresentazione che permettano di uscire dalla condizione di invisibilità. Di questo, in fondo, parlano anche le esperienze che si vogliono raccontare in questa edizione di Iper festival: progetti che tengono insieme visione e concretezza, che guardano lontano ma restano ancorati al presente. Non storie di sconfitta, ma traiettorie in cui l’adesione a una causa non coincide con l’appartenenza alla categoria dei “vinti”. Racconti che mettono in discussione l’idea di un destino già scritto, e che mostrano, con una certa ostinazione, che esistono sempre margini di possibilità.

L’autore: Giorgio de Finis è antropologo, artista, saggista, curatore indipendente ideatore e direttore del MAAM

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