Stamattina ho riletto un passaggio di My Promised Land di Ari Shavit. C’è un momento in cui Shavit ricostruisce come il progetto sionista abbia costruito la propria vitalità anche su una rimozione: non vedere fino in fondo gli arabi palestinesi che vivevano sulla stessa terra, perché vederli davvero avrebbe significato riconoscere la contraddizione al cuore della promessa di una patria. Shavit suggerisce che quella rimozione non fu semplicemente una cecità morale, ma una condizione psicologica e politica del progetto nazionale. Guardare quella contraddizione in faccia avrebbe reso tutto impossibile.
Ho ripensato a quel passaggio guardando il video di Itamar Ben-Gvir che passeggiava sorridente tra gli attivisti ammanettati al porto di Ashdod. E mi sono reso conto che il rischio che corriamo oggi, noi che guardiamo dall’esterno e i governi che emettono dichiarazioni, è esattamente lo stesso: rimuovere la domanda scomoda. Concentrarsi sul gesto e non su ciò che lo ha reso possibile.
Ben-Gvir non è un’anomalia del sistema politico israeliano ma uno dei suoi prodotti più coerenti.
Per capirlo bisogna partire da dove Dahlia Scheindlin ci porta nel suo The Crooked Timber of Democracy in Israel: Promise Unfulfilled: dalla tesi che Israele non sia diventato quello che è oggi per effetto di una crisi improvvisa, ma attraverso una lunga serie di scelte incrementali, ciascuna delle quali sembrava difendibile nel momento in cui veniva presa. L’occupazione come misura temporanea. I coloni come avamposto strategico. I partiti di destra radicale come alleati tattici di coalizioni altrimenti impossibili.
Scheindlin mostra come ogni concessione al nazionalismo etnico abbia spostato il centro di gravità del sistema verso destra, rendendo la concessione successiva più facile da giustificare e quella precedente irrecuperabile. È il meccanismo che Levitsky e Ziblatt descrivono in How Democracies Die, in termini più generali, come erosione progressiva delle norme democratiche: ciò che era impensabile diventa controverso, poi accettabile, poi normale.
Ben-Gvir nel 2007 fu condannato per incitamento al razzismo e sostegno a Kach, organizzazione considerata terroristica. Per anni ha tenuto in salotto il ritratto di Baruch Goldstein, il colono che nel 1994 massacrò ventinove palestinesi in preghiera a Hebron. L’Idf lo escluse dal servizio militare obbligatorio per il suo background estremista. Oggi è ministro della Sicurezza nazionale, con responsabilità politica sulla polizia.
Il punto non è come sia possibile che un personaggio simile esista. Il punto è come sia possibile che sia diventato necessario.
In un sistema parlamentare frammentato come quello israeliano, dove le coalizioni dipendono da partiti sempre più piccoli e sempre più identitari, il radicalismo diventa una risorsa negoziale. Chi è disposto ad andare oltre ciò che gli altri non osano ha un potere di interdizione, e quindi di contrattazione, sproporzionato rispetto ai suoi voti.
Ben-Gvir lo sa. Netanyahu lo sa. È per questo che la dichiarazione di Netanyahu di ieri, secondo cui il modo in cui Ben-Gvir ha trattato gli attivisti non è in linea con i valori di Israele, suona così vuota. Non perché Netanyahu sia necessariamente d’accordo con quello che ha fatto il suo ministro. Ma perché è lui che lo ha voluto al governo, che ha negoziato con lui, che gli ha affidato la responsabilità politica sulla polizia. La performance di Ben-Gvir al porto di Ashdod non è uno sfogo incontrollato. È la pubblicità di un prodotto che qualcuno ha deciso di mettere sul mercato.
C’è però un elemento che la sola analisi strutturale non cattura. Ben-Gvir non è solo un opportunista. Viene da una tradizione ideologica precisa: il kahanismo, il movimento fondato da Meir Kahane negli anni Ottanta, che combinava nazionalismo etnico ebraico con un programma esplicito di espulsione o trasferimento forzato degli arabi da Israele e dai territori sotto controllo israeliano. Kahane fu eletto alla Knesset nel 1984; gli altri parlamentari lasciavano l’aula quando prendeva la parola. Il suo partito, Kach, e il gruppo che ne raccolse l’eredità dopo il suo assassinio, Kahane Chai, furono dichiarate organizzazioni terroristiche sia in Israele che negli Stati Uniti, anche se la designazione americana è stata poi revocata nel 2022 per inattività del gruppo.
Quella tradizione non è sparita. Si è trasformata, ha cambiato nome, ha imparato a moderare il tono nei contesti in cui la moderazione era necessaria. Ben-Gvir è il punto in cui quella tradizione è riemersa in forma istituzionale, sdoganata da un sistema che aveva esaurito le sue risorse di esclusione.
Shavit scriveva che il futuro di Israele dipendeva dalla capacità di tenere insieme due cose difficilmente compatibili: il carattere ebraico dello stato e il suo carattere democratico. Quello che vediamo oggi è forse la risposta a quella tensione: non una sintesi, ma la resa progressiva di uno dei due termini.
Le reazioni di ieri, da Meloni e Tajani, da Bruxelles e Londra, erano giuste nei toni e insufficienti nella sostanza. “Inaccettabile” descrive un gesto. Non descrive il sistema che lo produce, lo premia e lo protegge.
Yascha Mounk, in The People vs. Democracy, aiuta a leggere questo passaggio come parte della frattura più ampia tra democrazia e liberalismo: quando le istituzioni liberali si indeboliscono, il nazionalismo maggioritario trova meno ostacoli alla propria trasformazione in pratica di governo. Scheindlin mostra come in Israele questo processo abbia radici decennali. Levitsky e Ziblatt ci ricordano che nessuna democrazia è immune dalla stessa traiettoria.
Il video di Ben-Gvir al porto di Ashdod è uno di quei momenti in cui questo processo diventa visibile a occhio nudo. La risposta diplomatica corretta è pretendere la liberazione degli attivisti e le scuse formali. Ma una risposta politica vera dovrebbe partire da qui: cosa siamo disposti a fare quando un alleato, ancora democratico nel nome, smette di esserlo nei fatti?
Per ora, questa domanda resta aperta: visibile, e proprio per questo rimossa.
L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico




