L’8 aprile Alessandro Giuli era alla Camera a spiegare perché il ministero aveva negato i fondi al documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: «Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta. Ma il ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà». La commissione, ha ripetuto, è tecnica e indipendente. Orientarla sarebbe stato un reato. Il 10 maggio lo stesso Giuli azzera lo staff e licenzia Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica: non avrebbe vigilato sulla commissione che ha bocciato il documentario.
Le due posizioni si annullano. O la commissione era indipendente e Merlino non poteva vigilare, o Giuli ha mentito in aula. I 15 esperti, peraltro, li ha nominati lui stesso il 23 settembre 2024.
Il caso Regeni serve due volte. La prima all’opposizione, per inchiodare il governo. La seconda a Giuli, per amputare l’occhio di Giovanbattista Fazzolari dentro il suo ministero. Merlino è da quattro anni l’uomo del sottosegretario di Palazzo Chigi al Collegio Romano, era in pole come sottosegretario alla Cultura prima dell’arrivo di Giampiero Cannella. Elena Proietti, FdI Umbria, cacciata per una trasferta saltata a New York, è la foglia di fico.
Francesco Lollobrigida, capodelegazione FdI, ha già difeso entrambi: «Esperienza e capacità indiscussa». Meloni non ha gradito. Dopo lo scontro con Pietrangelo Buttafuoco sulla Biennale, in cui Salvini si è schierato contro Giuli, il ministro prova a riprendersi spazio licenziando i fedelissimi degli altri. Il documentario sul ricercatore torturato e ucciso al Cairo dieci anni fa, intanto, resta senza fondi.
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