Quindici colpi contro una nave umanitaria che aveva appena soccorso novanta persone, due svenute. La motovedetta che spara è italiana: l’ha consegnata Roma a Tripoli col memorandum del 2017, l’equipaggio è addestrato con soldi italiani ed europei, la manutenzione passa per una nave officina della Marina militare ormeggiata nel porto libico. Quando la Sea-Watch 5 ha chiesto aiuto, lunedì, Roma ha risposto che la cosa non la riguardava, poi ha assegnato Brindisi come porto sicuro, a quattro giorni di navigazione.
A sparare è la Lcg-101, affiancata dalla Corrubia Murzuq 662. Mentre la nave fa rotta nord la raggiunge la Ras Jadir, donata nel maggio 2017, coinvolta secondo l’ong in decine di episodi di violenza, tra cui omicidi in mare. Quattro giorni prima a Palazzo Chigi Giorgia Meloni aveva ricevuto il premier libico Abdul Hamid Dbeibeh: comunicato congiunto sul comune impegno migratorio. Quattro giorni dopo una motovedetta donata da quella cooperazione apre il fuoco su una nave europea.
Dal 2017 Human Rights Watch stima centottomila intercettati e riportati nei lager libici. Nel gennaio 2025 il governo italiano ha imbarcato su un aereo di Stato il generale Almasri, catturato a Torino su mandato della Corte penale internazionale per torture e omicidi, rispedendolo a Tripoli. L’Italia paga, addestra, equipaggia, copre. Quando i suoi protetti sparano su una nave umanitaria, si chiama fuori. Nel diritto penale italiano c’è un nome per chi tiene in piedi i mafiosi pur non essendone parte: concorso esterno. Sostanzialmente è quello che Roma fa da nove anni con i torturatori di Tripoli.
Buon martedì.




