Prima ancora del coltello, c’erano già le parole. Straniero. Bracciante. Africano. Città vecchia. Baby gang. Degrado. Sicurezza. Parole apparentemente neutre, quasi burocratiche, che sembrano arrivare dopo i fatti per descriverli. E invece spesso li precedono. Preparano il campo. Organizzano la percezione. Dicono a una città chi appartiene e chi resta sospeso, chi è persona e chi diventa categoria, chi è pienamente visibile e chi invece compare solo quando cade.
Bakari Sako non è morto solo in una piazza. È morto dentro un sistema di letture. Questo non significa sciogliere la responsabilità di chi lo ha ucciso. Al contrario. Significa rifiutare la consolazione più comoda: quella secondo cui la violenza sarebbe sempre un’esplosione improvvisa, un gesto senza mondo, una scheggia impazzita nel corpo sano della società. Nessun omicidio avviene nel vuoto. Prima dell’atto c’è un ordine sensibile, una grammatica morale, una distribuzione diseguale del valore delle vite.
Ci sono corpi che attraversano lo spazio pubblico protetti da una presunzione di appartenenza. Altri lo attraversano già caricati di segni. Il corpo nero, migrante, lavoratore, solo all’alba, in una città del Sud segnata da abbandoni e ferite industriali, non appare mai come puro corpo individuale. Viene letto. Anticipato. Collocato. A volte tollerato. A volte compatito. A volte temuto. Troppo raramente riconosciuto.
La violenza comincia spesso qui: non nell’odio dichiarato, non nell’insulto esplicito, non nella dottrina razzista consapevole, ma in quella zona più opaca in cui una vita viene resa meno centrale, meno difendibile, meno comune. Non perché nessuno piangerà Bakari Sako, ma perché il suo riconoscimento pieno arriva, come spesso accade, troppo tardi: quando il corpo è già caduto, quando la biografia deve essere ricostruita contro la categoria, quando bisogna ricordare pubblicamente che aveva un nome, un lavoro, una famiglia, una normalità.
Questa è una delle oscenità più profonde: dover dimostrare la dignità del morto. Era tranquillo. Era mite. Lavorava. Pagava l’affitto. Non aveva precedenti. Manteneva la famiglia. Tutto vero, tutto importante. Ma anche terribile, se diventa la condizione della compassione. Perché allora il lutto sembra concesso solo alla vittima irreprensibile, al migrante buono, al lavoratore utile, al povero moralmente pulito. Come se una vita dovesse superare un esame di rispettabilità prima di essere pianta.
La bicicletta lasciata a terra dice più di molti comunicati. Dice lavoro, stazione, campi, fatica, spostamenti minimi e necessari. Dice una vita organizzata attorno a infrastrutture povere: il bar prima del turno, la piazza all’alba, il mezzo pubblico, lo zaino, il corpo che si muove mentre la città ancora dorme. Non è un dettaglio narrativo. È una traccia materiale di una presenza essenziale e marginale insieme.
L’Italia ha bisogno di questi corpi e al tempo stesso fatica a riconoscerli. Li vuole nei campi, nelle cucine, nei cantieri, nelle filiere della cura e del cibo; ma li mantiene ai bordi dell’immaginario nazionale. Sono necessari alla produzione, ma sospetti nella presenza. Utili quando lavorano, eccessivi quando abitano. Vicini nella dipendenza economica, lontani nella comunità morale.
Abdelmalek Sayad lo aveva capito bene: il migrante viene spesso pensato come forza lavoro prima che come persona. La sua legittimità dipende dalla sua utilità. Esiste finché lavora, finché non disturba, finché resta nel posto assegnato. Il lavoro diventa permesso morale di esistenza. Ma questa è già una forma di violenza: non colpisce con un’arma, ma riduce la persona alla sua funzione.
Poi c’è Taranto.
Non Taranto come colpa, non Taranto come essenza, non Taranto come città naturalmente violenta. Sarebbe una caricatura. Ma Taranto come scena storica, come periferia interna, come città abituata a essere sacrificata e raccontata da altri. Una città dove la modernità è arrivata spesso nella forma del ricatto: lavoro contro salute, sviluppo contro devastazione, appartenenza nazionale contro abbandono. Una città in cui la ferita sociale non è un sentimento astratto, ma una materia depositata nei quartieri, nell’aria, nei corpi, nelle aspettative tradite. In una città così, la parola “degrado” è sempre pericolosa. Sembra nominare un problema, ma spesso cancella una storia. Fa apparire come naturale ciò che è stato prodotto politicamente. Trasforma l’abbandono in caratteristica del luogo, la povertà in atmosfera, la violenza in destino urbano. “Degrado” è una parola pigra: dice sporco, paura, incuria, ma raramente dice responsabilità, investimenti mancati, economie estrattive, istituzioni assenti, vite lasciate a gestire da sole la rovina.
Anche “baby gang” è una parola comoda. Spiega tutto troppo in fretta. Fa sparire i ragazzi dentro il branco, il gesto dentro l’emergenza, la città dentro la paura. Produce mostri giovani e rassicura gli adulti: il male sarebbe lì, in quei corpi minorenni, non nel mondo che li ha cresciuti. Ma la violenza di gruppo non è solo devianza. È anche performance. È teatro maschile. È produzione di status davanti agli altri. È il tentativo miserabile di sentirsi potenti colpendo chi appare colpibile.
E qui la domanda diventa insopportabile: perché lui?
Non nel senso giudiziario, che spetterà alle indagini. Ma nel senso sociale. Perché proprio quel corpo poteva diventare bersaglio? Perché una lite, uno sguardo, una parola, un attrito qualsiasi possono precipitare fino alla morte? Quando il movente appare futile, non significa che manchi il significato. Spesso significa il contrario. La futilità è il segno più feroce della gerarchia: vuol dire che non serviva una grande ragione, perché il valore dell’altro era già stato abbassato.
Il razzismo non vive solo nelle intenzioni. Non ha sempre bisogno di slogan, svastiche, programmi politici o confessioni esplicite. Vive anche nella percezione ordinaria, nel modo in cui alcuni corpi vengono letti come fuori posto, meno protetti, meno appartenenti. Anche quando il razzismo non è ancora accertato come movente giudiziario, resta da interrogare come infrastruttura dello sguardo: come abitudine sociale a distribuire vulnerabilità, sospetto e disprezzo.
Questo sguardo non uccide da solo. Ma prepara. Abbassa soglie. Insegna chi si può insultare, chi si può inseguire, chi si può colpire, chi si può dimenticare.
Per questo non basta dire che Bakari Sako è stato ucciso da ragazzi violenti. È vero, ma è poco. Bisogna anche dire che è stato ucciso in un Paese dove il lavoro migrante è essenziale e rimosso, dove il Sud viene abbandonato e poi accusato del proprio abbandono, dove la gioventù marginale viene trattata come emergenza solo quando esplode, dove il razzismo è spesso negato proprio perché non sempre si presenta con il volto riconoscibile dell’ideologia.
La sua morte non deve diventare allegoria. Non deve servire a dire “Taranto è questo”, “l’Italia è questo”, “i giovani sono questo”, “l’immigrazione è questo”. Sarebbe un’altra appropriazione. Ma non deve nemmeno essere ridotta a cronaca. La cronaca registra il fatto, poi passa oltre. La città invece dovrebbe restare lì, davanti a quella bicicletta, a quello zaino, a quella piazza all’alba, e chiedersi che cosa aveva già imparato a non vedere.
Perché forse il punto è proprio questo: Bakari Sako era visibile come lavoratore, come straniero, come corpo nero, come presenza marginale. Ma era invisibile come vita comune.
Visibile come funzione. Invisibile come mondo.
Ed è in questa frattura che la violenza trova spazio. Non perché le parole uccidano al posto delle mani, ma perché le mani si muovono sempre dentro un universo di parole, immagini, gerarchie e silenzi. Prima del colpo, c’è una pedagogia sociale dello sguardo. Prima della morte, c’è spesso una lunga sottrazione di realtà.
Bakari Sako aveva un nome. Ma il problema è che una società come la nostra spesso scopre i nomi troppo tardi. Li impara quando deve piangerli. Li pronuncia quando non possono più rispondere. Li restituisce alla biografia quando la cronaca li ha già consegnati alla morte.
E allora il compito minimo, oggi, non è trasformarlo in simbolo. È impedire che venga ridotto ancora una volta a segno vuoto: migrante ucciso, bracciante morto, vittima della baby gang, caso di degrado. Bakari Sako non era un caso. Era una vita. E una vita non diventa importante quando finisce. Lo era già prima, mentre prendeva un caffè, lasciava la bicicletta, andava al lavoro, attraversava una città che avrebbe dovuto riconoscerlo.
L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico
Foto dalla pagina Facebook di Bakari Sako




