Si discute di Vannacci sì, Vannacci no. Di Calenda dentro o fuori. Di soglie alzate per tenere alla larga il generale o abbassate per accoglierlo. Di Forza Italia cuscinetto, dell’ammucchiata che verrà. Intanto, alla Camera, scorre il testo della nuova legge elettorale, l’A.C. 2822, e a smascherare la vera operazione sono 126 costituzionalisti.
L’appello promosso da Articolo21 l’11 maggio parla chiaro: la proposta in I Commissione Affari costituzionali disegna “un Premierato di fatto, prospettiva che dopo il risultato referendario sembrava ormai abbandonata”. Tre i nodi. Un premio di 70 deputati e 35 senatori a chi tocca il 40%, capace di spingere la coalizione vincente verso il 60% dei seggi e alterare le maggioranze di garanzia. Liste integralmente bloccate con pluricandidature fino a cinque collegi: la scelta del parlamentare passa alle segreterie, l’elettore vota un simbolo. Indicazione preventiva del candidato premier, in contrasto con l’articolo 92.
Il referendum del 22 e 23 marzo, vinto dal No al 53,2 per cento, doveva insegnare qualcosa: non toccate la Costituzione. Il governo l’ha letto al contrario, come avvertimento a rientrare dalla finestra. Il premierato bocciato per via costituzionale torna per via ordinaria, dentro una legge elettorale che produce lo stesso esito senza passare dal voto popolare. Mentre i talk si appassionano al gessato di Vannacci, in Commissione si lavora a un sistema in cui il vincitore si autoassegna i numeri per concorrere all’elezione del Capo dello Stato. Lo dicono Cheli, De Siervo, Azzariti, Villone. Conviene leggerli, prima.
Buon mercoledì.




