La destra ha capito benissimo che la cultura è un campo decisivo. E usa le parole come clava contro determinate categorie di persone, falsificando la realtà senza pudore

Prima ancora che i fatti potessero essere compresi, erano già stati classificati. Prima dell’indagine, prima della ricostruzione, prima persino della cautela minima che una tragedia richiederebbe, la politica aveva già trovato il suo significato: “seconda generazione”, “integrazione fallita”, “islamico”, “magrebino”, “permessi di soggiorno revocabili”.

È questo il punto più inquietante dei fatti di Modena. Non solo la violenza dell’atto, su cui sarà la giustizia a stabilire responsabilità, moventi e condizioni. Ma la rapidità con cui una parte della destra italiana ha trasformato un individuo in una categoria, un crimine in una diagnosi etnica, una vicenda ancora da accertare in una sentenza collettiva contro milioni di persone.

Matteo Salvini ha scritto: «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale “di seconda generazione”». La Lega ha aggiunto che «in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette “seconde generazioni” è fallita» e che «certe persone non sono assolutamente integrabili». Roberto Vannacci ha chiesto perché, quando l’autore di una violenza è «islamico, magrebino di seconda generazione», spariscano improvvisamente le «analisi sociali, culturali e ideologiche».

Sono frasi che non si limitano a commentare. Producono una scena. Dicono allo spettatore chi deve vedere, che cosa deve temere, quale conclusione deve trarre. Non c’è più un uomo accusato di un gesto gravissimo. C’è una popolazione intera chiamata a rispondere per lui. Non c’è più un fatto da capire. C’è una conferma da esibire.

Qui l’antropologia serve a una cosa molto semplice e molto scomoda: mostrare che le categorie non sono mai innocenti. “Seconda generazione” può essere una descrizione sociologica, certo. Ma nel linguaggio politico della destra diventa spesso una formula di sospetto. Non indica più persone nate o cresciute in Italia, con biografie, scuole, lavori, amicizie, conflitti, desideri, fallimenti e appartenenze diverse. Diventa una zona di semi-estraneità permanente. Italiani quando bisogna chiedere obbedienza, stranieri quando bisogna distribuire colpa.

È così che funziona la cultura quando viene ridotta a macchina identitaria. Non aiuta a comprendere la complessità del mondo. La restringe. Prende una vita e la schiaccia dentro una figura già pronta: l’integrato mancato, il musulmano pericoloso, il giovane straniero come minaccia latente, il corpo non pienamente assimilabile alla comunità nazionale.

Qui torna utile una vecchia intuizione di Étienne Balibar sul “razzismo senza razza”. Il razzismo contemporaneo, spiegava Balibar, non ha sempre bisogno di parlare il linguaggio brutale della biologia. Non deve più dire apertamente che qualcuno è inferiore per sangue, pelle o natura. Può presentarsi in una forma più rispettabile: come discorso sulla cultura, sull’integrazione, sugli stili di vita, sulle incompatibilità tra gruppi. Non dice più “sono inferiori”. Dice: “non sono compatibili”. Non dice più “appartengono a una razza minore”. Dice: “non si integrano”.

Ma proprio qui sta il punto. Quando la cultura viene trattata come qualcosa di fisso, ereditario, immodificabile, finisce per funzionare come la vecchia razza. Non descrive più pratiche, storie, condizioni sociali, conflitti, trasformazioni. Diventa destino. Diventa marchio. Diventa il modo elegante con cui una società può continuare a dire che alcuni resteranno sempre fuori. Quando la Lega scrive che “certe persone non sono assolutamente integrabili”, non sta solo commentando Modena. Sta trasformando una vicenda individuale in una teoria generale dell’esclusione.

Il punto non è negare la gravità di ciò che è accaduto. Sarebbe un errore grave, prima ancora che una fuga dalla realtà. Il punto è rifiutare un’operazione ancora più pericolosa: usare quella gravità per trasformare la responsabilità individuale in colpa collettiva.

Vannacci pone una domanda apparentemente insidiosa: se quando una donna viene uccisa si parla di patriarcato, se quando una persona nera o straniera viene colpita si parla di razzismo, perché quando un uomo di origine migrante compie un atto violento non si dovrebbe parlare di cultura, ideologia, religione, integrazione?

La risposta è che l’analisi sociale non funziona come una vendetta simmetrica. Parlare di patriarcato non significa dire che ogni uomo è assassino. Parlare di razzismo non significa dire che ogni bianco è colpevole. Significa interrogare strutture, linguaggi, gerarchie, abitudini, istituzioni e immaginari che rendono alcune forme di violenza più pensabili, più tollerate, più ripetute.

Ma quando la destra parla di “integrazione fallita” davanti a un crimine commesso da un individuo, spesso non sta facendo analisi sociale. Sta facendo classificazione politica. Non chiede quali condizioni producano solitudine, disagio, violenza, marginalità, rottura del legame sociale. Non chiede quale ruolo abbiano scuola, lavoro, salute mentale, città, disuguaglianze, istituzioni, razzismo, maschilità, abbandono. Usa un corpo come prova contro altri corpi.

La differenza è tutta qui: un’analisi sociale seria apre domande; la propaganda le chiude.

È significativo che, nella stessa vicenda, siano intervenuti cittadini stranieri per fermare l’aggressore. Ma anche qui bisogna stare attenti. Non dobbiamo cadere nella trappola opposta, quella del migrante da assolvere solo quando diventa eroe. Sarebbe ancora lo stesso schema morale: lo straniero deve dimostrare qualcosa, deve riscattare la propria presenza, deve meritare il riconoscimento attraverso il coraggio, il sacrificio, l’utilità.

No. Quegli uomini non valgono perché smentiscono Salvini. Valgono perché mostrano quanto sia falsa la categoria con cui Salvini pretende di leggere il mondo. Erano lì non come eccezioni edificanti, non come “immigrati buoni” da contrapporre all'”immigrato cattivo”, ma come persone dentro una scena comune. Hanno agito come cittadini, come passanti, come esseri umani davanti a un pericolo. Il loro gesto non dovrebbe servire a provare che gli stranieri possono essere integrati. Dovrebbe ricordarci quanto sia povera una politica che riesce a vederli solo come problema o come smentita del problema.

Questa è la vera posta culturale. Una società democratica non si misura solo dalle sue leggi, ma dalle sue abitudini percettive: da ciò che impara a vedere subito e da ciò che impara a cancellare. La destra oggi ha capito benissimo che la cultura è un campo decisivo. Per questo combatte sulla scuola, sulle parole, sui simboli, sulla memoria, sul genere, sull’immigrazione, sull’identità nazionale. Ma spesso usa la cultura non come esercizio critico, bensì come guerra di possesso.

L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico

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