In sole due settimane, da quando cioè è stata pubblicata, sulla Gazzetta ufficiale, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’introduzione di una tassa sui grandi patrimoni, superiori ai 2 milioni di euro, in cui non rientra la prima casa, ha raccolto quasi 28mila firme a sostegno. Non poco rispetto alle 50mila necessarie e considerando che ci sono sei mesi di tempo per portare avanti la raccolta (anche tramite firma digitale con Spid o Cie).
Il quesito è stato depositato alla Corte di cassazione il 7 maggio (sulla GU la proposta è stata pubblicata l’11) e alla conferenza stampa di presentazione ha partecipato una parte significativa dell’ampio comitato promotore: esponenti politici, economisti, giornalisti, ma anche esponenti della cultura, delle arti, uomini e donne che hanno considerato il tema di una maggiore redistribuzione delle risorse come prioritario e da porre all’attenzione della cittadinanza.
Il percorso di definizione della proposta ha avuto una lunga gestazione e ha preso il via a Milano, dove attorno al tema di una lotta significativa alle diseguaglianze ha assunto una forte concretezza negli anni. Il capoluogo lombardo è uno di quelli in cui l’aumento del costo della vita, che ruota soprattutto, ma non solo, attorno al diritto all’abitare, ha assunto proporzioni più visibili.
La città che ha ospitato in parte le ultime Olimpiadi invernali si è infatti inesorabilmente trasformata in un “giardino per ricchi”, con tanto spazio verde, panchine, luoghi in cui è possibile anche godersi i luoghi migliori della città, ma in cui il costo dell’affitto, dei trasporti, di un semplice e classico aperitivo, sono divenuti momenti di esclusione.
Parliamo di una città in cui il costo della vita è il più alto rispetto al resto del Paese e del 23 per cento superiore al resto della Lombardia – la spesa media per una/o single è stimata fra i 1.500 e i 3.000 euro al mese, l’affitto supera i 1.200 euro per un bilocale e gli stipendi da lavoro dipendente, che non compensano questo rincaro, hanno costretto decine di migliaia di persone a lasciare il capoluogo, realizzando un vero e proprio esodo demografico. Ci si trasferisce nell’hinterland, in altri comuni o province.
A pagarne le spese, direttamente, sono soprattutto giovani lavoratori, sovente precari, e studenti. Ma il danno si riversa su tutta la collettività: chi ha uno stipendio da insegnante, paramedico o da impiegato nei trasporti, da tempo è costretto ad accettare o il danno di vivere da pendolare o, più spesso, riesce a farsi trasferire nei pressi della nuova residenza, creando criticità nel reperimento di personale per servizi essenziali.
Ma Milano è solo la punta di un iceberg che riguarda tutto il Paese. La povertà – se ne sono accorti in tanti – dilaga al punto che, dati gli indici di crescita, anzi di stagnazione prevista, di aumento dell’inflazione e di perdita del potere d’acquisto dei salari, oltre l’11% della popolazione rischia di precipitare in condizioni di estrema povertà. Il tutto mentre l’1% – sì, l’uno% – si arricchisce a dismisura.
In molti Paesi e in alcune grandi città, dalla Spagna a New York, si sono approvate forme di tassazione simili che stanno portando benefici. In Italia il termine sembra un tabù quasi impronunciabile. “Roba da comunisti”, si legge. Del resto, è inoppugnabile che alcune delle oltre 80 personalità che fanno parte del comitato promotore abbiano simile orientamento, ma basta questo per rifiutarlo?
Il testo della Lip, legge di iniziativa popolare, parte da alcuni presupposti affatto scontati: «Secondo le stime, il prelievo interesserebbe una platea ristretta, 100-500mila contribuenti, meno dell’1 per cento degli italiani, e il gettito stimato è tra 26 e 65 miliardi annui. Le risorse sono vincolate a sanità, istruzione, politiche abitative, ambiente, sicurezza sul lavoro, disabilità, sostegno al reddito e riduzione del carico fiscale sul lavoro. La proposta include inoltre una riforma dell’imposta di successione, innalzando le aliquote sui grandi trasferimenti ereditari e riducendo le disuguaglianze intergenerazionali».
Il tutto per evitare che simili risorse vengano poi allocate, ad esempio, in spese militari, verso grandi opere inutili o comunque che non servano alla collettività. Dal calcolo del reddito imponibile è esclusa la prima casa e, qualora andasse in porto e divenisse legge dello Stato, chi, in immobili, attività finanziarie, depositi, titoli, partecipazioni societarie e altri beni patrimoniali, raggiunge i fatidici 2 milioni di euro, dovrebbe versarne 20mila. Chi arriva a 20 milioni – non certo un’inezia – ne pagherebbe 350mila.
Nel terzo degli otto articoli che compongono la proposta si indicano anche misure di controllo e di rafforzamento degli strumenti di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale, con particolare riferimento ai patrimoni detenuti all’estero e alle operazioni di trasferimento artificioso della residenza fiscale.
Con pochi mezzi a disposizione il comitato promotore ha predisposto un sito, unpercentoequo.it, in cui sono disponibili tutte le informazioni necessarie e attraverso cui, mediante Spid o Cie, è anche possibile firmare direttamente, scaricare moduli per raccogliere firme, che vanno ovviamente autenticate, e fornire anche esempi concreti del valore della proposta. Si forniscono anche esempi concreti da portare per far comprendere il senso del testo e paragoni utili per togliere paure a chi è bombardato dall’idea che si voglia colpire il “ceto medio”.
Ci saranno inoltre in tutto il Paese numerose iniziative di piazza e social affinché della proposta si parli ed entri, come è stato per alcune questioni poi sottoposte a referendum, nel discorso pubblico. Non si nasconde la volontà di superare, nel tempo a disposizione, in maniera significativa, il numero delle firme necessarie a presentare la proposta e segnali incoraggianti di sostegno stanno giungendo da forze associative e politiche. Un numero alto di firme potrebbe far sì che, come tante altre leggi di iniziativa popolare, non finisca in qualche polveroso cassetto e lì dimenticata.
La ritrosia che emerge, semplicemente a dare spazio a simili proposte, nasce da numerose ragioni: non inimicarsi i grossi agglomerati economico-finanziari che controllano buona parte del sistema informativo, evitare che si inneschino meccanismi diffusi di richiesta di giustizia sociale e di rivalutazione dei servizi pubblici ma anche, ad avviso di chi scrive, fa intravedere un altro aspetto.
Per decenni, i Paesi a capitalismo avanzato sono ormai riusciti a instillare un pensiero comune venefico secondo cui essere poveri è una colpa e l’unico nemico con cui prendersela è chi vive peggio di te, a cui non dovrebbe, in nome di un egoismo miope, essere garantito nulla. Proposte di questo tipo smontano tale narrazione e proprio per questo costituiscono un vero e proprio fantasma da scacciare.
In fondo si tratta anche di una risposta concreta a chi, giocando sulle paure e sulla volontà di escludere, ha raccolto firme su una proposta di legge che pretende di realizzare, a sfregio della Costituzione, un programma di remigrazione di milioni di persone da questo Paese. Due proposte che rappresentano due idee diverse di futuro.




