La Cina sta sviluppando sei progetti per mettere in orbita oltre 50mila unità in pochi anni. L’obiettivo è contrastare il monopolio di Starlink ma non solo. Ne parliamo con Roberto Battiston, fisico e già presidente dell’Agenzia spaziale italiana
Nessun poeta della tradizione cinese - forse mondiale - ha intrecciato un legame così profondo e quasi mistico con la luna come Li Bai. Essa ricorre in centinaia delle sue poesie: specchio dell’esilio, compagna della solitudine, porta verso l’infinito. Scrisse: «Allungo la mano, afferro le costellazioni. Non oso parlare ad alta voce: ho paura di svegliare chi sta sopra il cielo». Morì, secondo la leggenda, annegando nel fiume mentre, ubriaco, cercava di abbracciare il riflesso della luna nell’acqua. Una storia probabilmente inventata, ma che i cinesi ripetono da tredici secoli. Oggi la Cina non cerca più di abbracciare il riflesso della luna. Vuole andarci, restarci, estrarne le risorse e scrivere le regole di chi potrà farlo dopo. La corsa allo spazio del XXI secolo non assomiglia a quella della guerra fredda: non è una sfida simbolica tra due potenze davanti a un pubblico mondiale. È una partita per il controllo di satelliti, orbite, frequenze, risorse lunari. Una partita in cui l’Europa rischia di arrivare molto dietro, e in cui gli Stati Uniti inseguono la Cina. A chiarirlo è Roberto Battiston, fisico, già presidente dell’Agenzia spaziale italiana, oggi presidente del Comitato europeo per la scienza spaziale, che ha trascorso Questo articolo è riservato agli abbonati
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