Nel documentario "A war on women", premiato al Doc Edge Festival, immagini clandestine e testimonianze di donne in esilio ricostruiscono oltre un secolo di resistenza femminile iraniana. Il 22 luglio viene proiettato a Perugia, alla presenza della regista

Approda il 22 luglio a Perugia, nell’ambito del festival Fuori Post XL, negli spazi dei Loggi a Ponte San Giovanni ilm fim A War on Women. Dopo un omaggio a Marjane Satrapi, il prezioso documentario alle 19,30  sarà proiettato alla presenza della coraggiosissima regista iraniano-canadese Raha Shirazi. Il docufilm è  attualmente nella selezione dei film candidati per una possibile qualificazione agli Oscar, al Doc Edge Festival in Nuova Zelanda (che prosegue fino al 12 agosto): una presenza internazionale che ne consolida la forza e l’urgenza, dopo la calorosa accoglienza di pubblico e critica, a fine aprile, nella première internazionale e nordamericana al festival Hot Docs Canadian International di Toronto e la più recente partecipazione all’Encounters South African international documentary festival.

Meritoriamente la coproduzione del documentario è per gran parte italiana, ed è stato il nostro Paese ad accoglierne l’esordio in anteprima assoluta a Bari lo scorso marzo nella sezione Meridiana del Bari International Film&Tv Fest. L’talia ha rappresentato di fatto l’hub principale e la prima tappa del tour europeo, con le prime proiezioni alla Casa internazionale delle donne e in alcuni cinema della capitale, dove speriamo di riaverlo presto (si rimanda alla Filmclub Distribuzione per le prossime proiezioni sul territorio nazionale). Perché vale davvero la pena di cercarlo e vederlo, per il vortice di sensazioni e domande che la sua visione suscita e che vanno al di là del carattere di impegno civile, sensibilizzazione e denuncia che il film necessariamente porta con sé. È infatti patrocinato da Amnesty international Italia, da sempre accanto alla lotta delle donne iraniane: il portavoce Riccardo Noury –  insieme alla regista durante la presentazione della pellicola nella presentazione Cinema Farnese di Roma, cui ho assistito lo scorso 8 giugno – ha evidenziato la notevole importanza di un film che restituisce alle donne una voce senza filtri, sottolineando doverosamente come ogni dittatura si instauri e si consolidi attraverso l’attacco alle donne, con forme deliberate di repressione e oppressione dei loro corpi e delle loro voci. E, aggiungiamo, anche di quelli dei bambini, vittime troppo spesso taciute di una violenza inaudita e trasversale.

Il film ripercorre la lunga lotta delle donne iraniane restituendo profondità storica alle proteste del movimento Donna, Vita, Libertà seguite alla morte di Mahsa Jina Amini, arrestata e uccisa dalla polizia morale iraniana per non aver indossato l’hijab in modo conforme ai rigidi dettami del governo. È in quei tormentati frangenti che Shirazi avverte l’esigenza di archiviare tutte le immagini che documentavano ciò che stava accadendo e la brutale repressione del regime: come riferisce ai microfoni di Federico Raponi a Tuttascena1, il duplice intento da cui il progetto ha preso le mosse, era mostrare che quella lotta – solo ultima in ordine temporale – fosse il risultato di generazioni di donne che hanno resistito e combattuto per i loro diritti e portare, poi, a conoscenza del mondo come le radici del movimento femminista iraniano risalgano a più di cento anni fa.

Ma il documentario restituisce anche, inevitabilmente, la storia di un Paese e la tragica involuzione segnata dalla cosiddetta Rivoluzione Khomeinista del 1979, e lo fa tessendo insieme, con un toccante taglio storico, un mèlange di immagini di repertorio pubbliche, private, clandestine, con le testimonianze di sette donne di generazioni e mondi diversi, nella loro fiera e dolorosa condizione di esuli – come la stessa Shirazy – e nei cui racconti dimensione politica e personale si intrecciano indissolubilmente. Un susseguirsi di parole e immagini che di momento in momento esprime e infonde resistenza, o indigna per la sua disumana ferocia e violenza. Donne fisicamente aggredite da persone comuni in luoghi pubblici per i motivi più disparati, che sia per uno smalto o il rossetto, malmenate o portate via, con atroci conseguenze, nei White Wednesdays di disobbedienza civile, e ancora le storie di bambine senza infanzia, sottoposte a forme inaccettabili di violenza domestica, come quella di Leyla venduta a 8 anni, costretta a prostituirsi e stuprata anche dai propri fratelli, condannata a morte perché, prendendo in prestito le parole della Cassandra di Christa Wolf, si preferisce punire chi nomina il fatto piuttosto che chi lo compie. La sentenza venne fortunatamente sospesa, ma queste violenze sono all’ordine del giorno e vengono compiute nelle forme legalizzate dal regime. Pensiamo ad esempio al limite anagrafico per contrarre matrimonio, portato nel 2002 a 13 anni per le ragazze e a 15 anni per i ragazzi (il che si stenta a vederlo come un vero progresso!), ma lasciando intatta la possibilità – fino ad allora una vera e propria norma – di autorizzare il matrimonio di bambine di 9 anni con il consenso del padre e l’approvazione di un giudice.

In un contrasto per certi versi destabilizzante, il documentario propone, poi, le immagini dell’Iran prima del 1979, quando sotto la dinastia degli scià Palhavi il Paese aveva conosciuto un forte processo di modernizzazione e secolarizzazione della società, fino a registrare un primato mondiale con l’istituzione di un ministero per gli Affari femminili, presieduto da una delle sette donne intervistate dalla regista, Mahnaz Afkhami, la cui preziosa testimonianza rende conto di un passato vissuto che stride, a confronto, con un presente quasi drammaticamente distopico.

Come è stato possibile un tale regresso? Il film non dà risposte immediate, ma lascia aperto un dilemma che si avverte sulla pelle e scuote profondamente. Sull’impasse segnato dalla ‘rivoluzione’ di Khomeini che Marjane Satrapi – prematuramente scomparsa lo scorso maggio -, con quella verità e quell’ironia dolorose e struggenti, aveva raccontato al mondo nelle pagine di Persepolis alle soglie degli anni Duemila, Shirazi dichiara, come riportato da Nicoletta Labarile in un articolo su Il Sole 24 ore del 29 maggio: «Quando prese il potere, la gente era in festa, anche le donne. Negli anni in esilio aveva dissimulato le sue vere idee patriarcali». Il fatto che lascia sgomenti, in realtà, è proprio l’immagine dell’Ayatollah Khomeini, principale oppositore dello scià, in esilio in Francia, che risale a quei momenti cruciali: scuro in volto, nell’abito e con un eloquio affatto rassicurante. Certo, sono le donne le prime a rendersene conto, ben prima del referendum che avrebbe consegnato ufficialmente il Paese al potere degli Ayatollah, ribellandosi contro l’annuncio di ripristino dell’obbligo dell’hijab nei luoghi pubblici, l’8 marzo 1979: migliaia di Antigoni scesero in piazza protestando per sei giorni, ma sono lasciate sole da una popolazione ancora frastornata dall’euforia per la fuga del monarca, andando incontro alla violenta repressione dal regime teocratico.

Rispondere a come sia stata possibile l’acclamazione di questo personaggio come liberatore della patria non è semplice, ma non ci si può arrestare al piano superficiale della geopolitica. Certamente sono stati manipolati e strumentalizzati la trasversale insofferenza e il dissenso nei confronti del potere di Reza Palhavi, cui venivano addebitati una deriva autoritaria, uno ‘stile’ smaccatamente filo-occidentale e il comprensibilmente odiato asservimento del Paese agli interessi economici dell’imperialismo americano, ma non basta. Una radicalità regressiva di tale fattispecie può essere possibile solo se sostenuta dalla complicità di una certa mentalità già largamente esistente, proliferante e subito pronta, infatti, all’oppressione, alla negazione e alla discriminazione della donna, dei bambini, di tutti coloro che si pongono al di fuori di determinati canoni che sono quelli, poi, del maschio adulto individuato ogni volta in precisi criteri nazionalistici. Mentalità che non è confinata all’Iran teocratico degli Ayatollah, anche se lì agisce anche attraverso forme lecite, alla luce del sole, ma che ritroviamo nei pensieri di un predominio maschilista professato dagli Incel e dalla manosphere, alimentata e portata avanti da sistemi di potere in tutto l’Occidente, non a caso sempre a braccetto con il pensiero religioso, storico nemico delle donne. Ed è la stessa matrice che nelle nostre società ‘democratiche’ muove la violenza psichica, fisica, istituzionale contro le donne, e quella silenziata e sommersa che travolge i bambini. Un filo nero che attraversa il mondo e che ci riguarda molto da vicino: è di questi giorni la notizia della sanzione che la Cedu ha comminato al nostro Paese per non aver tutelato, con risposte adeguate e tempestive, una madre e i suoi figli minori, emettendo una sentenza, ritenuta ‘sessista e stereotipata’, che di fatto normalizzava e negava la violenza di cui sono stati vittime, generando le ben note dinamiche di vittimizzazione secondaria.

Concludendo, un’ultima riflessione riguarda l’epilogo delle cosiddette rivoluzioni, momenti di rottura in cui sono confluite di volta in volta le speranze per la realizzazione di una società più libera e dell’uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Ricorrendo a un’espressione di tolstojana memoria, osserviamo storicamente che tutte le rivoluzioni si somigliano, ogni rivoluzione ha posto in essere l’annullamento della donna: così Olympe de Gouges giustiziata perché la sua rivendicazione fu considerata eversiva dai rivoluzionari, o le donne che nella Russia sovietica furono ‘rimandate a casa’ dalla Nep di Lenin, o ancora l’omologazione forzata che annullava qualsiasi specificità femminile, della Rivoluzione Culturale maoista. Senza dimenticare che rivoluzione è stata chiamata anche quella nostrana fascista, che con il suo portato mortifero e il suo sistema patriarcale fatto legge, può essere accostata a quella iraniana. Pur su linee temporali distanti e con premesse ideologiche diverse, le rivoluzioni si ritrovano di fatto accomunate nell’ostinata guerra alla donne. Sulla natura delle rivoluzioni, è la stessa regista a rispondere alla domanda di una spettatrice, nel dibattito seguito alla proiezione del film al Cinema Farnese, mettendo in guardia sul fatto che nel momento in cui una rivoluzione sovverte lo status quo, distrugge una storia, spazzando vai in un attimo i diritti acquisiti.

È quanto mai necessario, allora, riportare il termine rivoluzione alla dimensione femminile e femminista – come quella iraniana – unica rivoluzione possibile che unisce il mondo, e che può scongiurare la ripetizione del passato. Donna, Vita, Libertà’diventa quindi un modo di stare al mondo e vivere la realtà del nostro tempo, non lasciando però indietro i bambini.