Ieri, alla Camera dei rappresentanti, è passata 215 a 208 una risoluzione che intima a Donald Trump di ritirare i soldati americani dalla guerra in Iran. È la quarta volta che ci provano, ed è la prima che ci riescono: quattro repubblicani, Thomas Massie, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett e Warren Davidson, hanno votato con i democratici. Sulla carta vale poco: non ha forza di legge e il Senato deve ancora votarla. Come segnale, invece, è la prima volta che una camera del Congresso dice al presidente che quella guerra deve finire.
La guerra è cominciata il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran con quasi 900 attacchi in dodici ore. La prima ondata ha ucciso la guida suprema Ali Khamenei, e vicino a Bandar Abbas circa 170 personedentro una scuola femminile. Una guerra che persino Giorgia Meloni, l’11 marzo, ha ammesso in Parlamento essere condotta “fuori dal perimetro del diritto internazionale”. L’ha detto la presidente del Consiglio, e poi non è successo niente.
Quella guerra qualcuno la voleva da una vita. Benjamin Netanyahu, sul quale dal novembre 2024 pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza, l’ha rivendicata come il coronamento di un’ossessione lunga quarant’anni. Trump l’ha eseguita: ha parlato perfino di cambio di regime a Teheran. Il servo e il padrone, solo che il servo ha le chiavi dell’arsenale più grande del mondo.
E allora la domanda è una: che si fa ora che persino il suo Congresso comincia a sfilarsi? Si conta il prossimo voto, più alto di questo. Punto su punto.
Buon giovedì.




