Negli ultimi tempi, le cronache palermitane, si sono riempite di notizie che fanno riecheggiare nella memoria quanto succedeva nei primi anni ottanta: sparatorie, atti di vandalismo finalizzati alle estorsioni, minacce. Uno scenario in cui sono comparsi anche alcuni fatti di sangue, e che fanno temere un ritorno ai morti in serie, di cui il glorioso L’Ora, quotidiano del pomeriggio, faceva la conta in prima pagina. Dalla procura, dai dirigenti di polizia, arrivano dichiarazioni allarmanti: la mafia vorrebbe riprendere il controllo del territorio, e manifesterebbe questa intenzione ricorrendo ad atti intimidatori, finalizzati alla riscossione del pizzo. Con le nuove leve che riceverebbero ordini dalla vecchia guardia, rinchiusa nelle carceri.
Se da un lato non si può mettere in dubbio l’attendibilità della diagnosi effettuata da figure qualificate, dall’altro lato si rende necessaria un’analisi più accurata di quanto sta succedendo a Palermo in questi mesi. Gli attentati contro gli esercizi di Tommaso Dragotto, imprenditore nel settore del noleggio delle automobili, contro un autolavaggio a lui collegato, contro un ristorante di Sferracavallo, sembrerebbero indicare la voglia di alcune famiglie storiche di riappropriarsi di quello che considerano il loro territorio.
Il contesto, tuttavia, appare radicalmente diverso rispetto a quarant’anni addietro. In primo luogo, si registra una reazione immediata da parte delle vittime, che avvertono le forze dell’ordine, e innescano la mobilitazione dei residenti e attirano l’attenzione dell’opinione pubblica locale. In altre parole, per quanto Cosa nostra tenti di riorganizzarsi, non può più fare leva sulla coltre di omertà e intimidazione che le consentiva di fruire di una rendita di posizione. Sono rimaste in piedi le strutture organizzative, più come modello da seguire che in quanto presenza effettiva sul territorio.
Ma, a differenza del passato, oltre ad essere indebolite sul piano operativo, non si avvalgono più dell’organicità di Cosa nostra a un sistema politico-economico capillare e dominante. Il Sacco di Palermo, il traffico di stupefacenti, negli anni passati, poterono avere luogo per quattro specifici motivi: l’esistenza della mafia, fino al 1982, quando venne introdotto il 416 bis, era messa in dubbio. I profitti derivanti dalle attività legali e illegali non riguardavano soltanto Cosa nostra, ma un blocco di potere che vedeva al suo interno il coinvolgimento di politici e imprenditori.
Soprattutto, la mafia siciliana, usufruiva della cambiale anticomunista, che riscosse fin dai tempi di Portella della Ginestra. Last but not least, le mobilitazioni anti-mafia, da L’Ora ai comitati cittadini, passando per l’opposizione di sinistra, non ricevevano alcuna sponda politica o intellettuale al di fuori della Sicilia, creando le condizioni per il rafforzamento di Cosa nostra. Lasinergia tra magistratura, società civile, attivismo politico, la caduta del muro, i conflitti interni alla mafia, l’emergere di altri gruppi criminali, fanno sì che lo scenario sia del tutto diverso. Non siamo di fronte allo stesso fenomeno.
Per queste ragioni, gli omicidi degli ultimi anni, come la strage di Monreale, con la morte di tre ragazzi, la morte violenta di Paolo Taormina all’Olivella, quella dell’ex-calciatore Rosolino Celesia, la sparatoria di via Montalbo pochi giorni fa, l’uccisione di Paolo Barrile al Cep vanno lette in modo diverso. Sicuramente, in alcuni casi, si tratta di episodi collegati allo spaccio di strada e al controllo di attività illegali. Ma non si tratta di fenomeni necessariamente ascrivibili alla recrudescenza mafiosa.
Sembrerebbe che a Palermo, l’indebolimento di Cosa nostra, stia sfociando nella formazione di bande di quartiere, dedite al controllo di attività criminali di strada, confinate in periferia. Che Cosa nostra magari tenta di agganciare e di arruolare sotto le proprie schiere, ma non dispone più della forza persuasiva, in termini di coercizione e gratificazione, per farlo. L’ipotesi dei magistrati, che gli ordini vengono ricevuti da dentro il carcere, andrebbe suffragata da maggiori elementi probatori.
Nel frattempo, sembra più plausibile l’ipotesi che la debolezza di Cosa nostra comporti la polverizzazione della galassia criminale palermitana in bande di quartiere. Le quali, alla gestione dei traffici illegali, abbinano, come nel caso della strage di Monreale e dell’omicidio Taormina, la frustrazione per la marginalità sociale. Dal momento che sono composte da persone residenti nell’estrema periferia cittadina, figli e nipoti di deportati dal centro storico, che cercano di farsi spazio sia in modo materiale, con la gestione di spaccio, scommesse clandestine, contrabbando, sia sotto forme espressive, mediate dai modelli violenti appresi nei contesti di marginalità estrema in cui sono cresciuti. Per cui il possesso e l’uso di armi da fuoco diventano lo strumento di affermazione di uno status.
La mafia, come insegnava Falcone, va cercata e trovata seguendo la via del denaro. Per questo, fare luce sui nuovi progetti di riqualificazione urbana che interessano Palermo, sarebbe più utile rispetto al focalizzarsi sulle periferie. Anche se sospettiamo che questa attenzione sia finalizzata a tentativi di bonifica del territorio in funzione del progetto di fare di Palermo un hub del turismo globale. Questa è la vera posta in gioco. Lì sì che la mafia potrebbe ricomparire.
PS. In cauda venenum. Si ipotizza che i giovani delle periferie prendano ordini dai mafiosi in
carcere. Ma come? Non si era detto che il 41 bis funziona…?
Foto di Giuseppe Tumbiolo su Unsplash




