Uccisioni deliberate, detenzioni, reparti di maternità e orfanotrofi rasi al suolo: il rapporto delle Nazioni unite raccoglie una mole impressionante di prove e le legge alla luce della Convenzione sul genocidio. Resta il passaggio decisivo, che nessuna commissione può compiere al posto dei giudici

Il 18 giugno 2026 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele ha pubblicato un rapporto di novantaquattro pagine dal titolo eloquente: «L’essenza stessa dell’infanzia è stata distrutta». Si tratta di uno dei documenti più dettagliati prodotti finora sul costo umano della guerra per i minori palestinesi. L’oggetto dell’indagine riguarda il periodo compreso tra il 7 ottobre 2023 e il 31 marzo 2026 e concentra l’attenzione sulle violazioni commesse nei confronti dei bambini nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

La Commissione ricorda di avere inviato tredici richieste di informazioni e di accesso alle autorità israeliane senza ottenere risposta. Hanno invece collaborato lo Stato di Palestina e il Ministero della Salute di Gaza. Lo stesso rapporto precisa che le violazioni commesse da Hamas e da altri gruppi armati palestinesi contro bambini israeliani il 7 ottobre 2023 erano già state esaminate in precedenti documenti Onu, che avevano qualificato quei fatti come crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La metodologia utilizzata combina testimonianze dirette, migliaia di fonti open source verificate, interviste a personale sanitario, giornalisti, avvocati e minori, oltre all’analisi forense di referti medici, radiografie, autopsie, fotografie e filmati. Due patologi indipendenti hanno contribuito alla valutazione dei casi più gravi. L’impianto metodologico viene presentato come conforme agli standard probatori già adottati dalla Commissione nelle precedenti inchieste.

Sul piano giuridico il rapporto riafferma una tesi ormai consolidata negli organismi delle Nazioni Unite: Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est continuano a essere territori occupati ai sensi del diritto internazionale. La Commissione richiama espressamente il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 e sostiene che Israele resta vincolato tanto dal diritto internazionale umanitario quanto dalle convenzioni sui diritti umani, inclusa la Convenzione sui diritti dell’infanzia.

La parte più rilevante del documento riguarda il bilancio umano della guerra. Secondo la Commissione, tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025 almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 feriti nella Striscia di Gaza. I minori rappresenterebbero circa il 30 per cento delle vittime complessive. Oltre cinquemila avevano meno di cinque anni. Più di mille erano sotto l’anno di età. Circa quattrocento erano neonati. Migliaia di altri bambini risultano dispersi o sepolti sotto le macerie.

Per spiegare tali cifre il rapporto richiama l’uso sistematico di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate e un orientamento operativo dell’esercito israeliano che, secondo la Commissione, avrebbe privilegiato il “massimo danno” alle capacità di Hamas. Gli estensori osservano che i bambini, per ragioni fisiologiche, risultano molto più vulnerabili agli effetti delle esplosioni rispetto agli adulti. Interi nuclei familiari sarebbero stati cancellati da bombardamenti che hanno colpito abitazioni civili e campi per sfollati.

Una sezione particolarmente dura riguarda l’ipotesi del puntamento deliberato dei minori. Il rapporto dedica ampio spazio al caso di Hind Rajab, la bambina di cinque anni e mezzo uccisa insieme ai familiari nel gennaio 2024. Attraverso analisi balistiche, immagini satellitari e testimonianze, la Commissione conclude che i militari israeliani presenti sul posto disponevano della piena visibilità del veicolo e delle persone che si trovavano al suo interno. La stessa Commissione attribuisce inoltre alle forze israeliane la distruzione dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa intervenuta per il soccorso.

Altri casi esaminati riguardano bambini colpiti da cecchini o da droni armati. Diciassette medici internazionali hanno riferito di avere curato numerosi minori con singole ferite da arma da fuoco alla testa o al torace, circostanza che secondo il rapporto costituisce un forte indicatore di tiro mirato. Viene descritto anche l’impiego di quadcopter (un tipo di drone) modificati con sistemi d’arma e telecamere ad alta definizione, capaci di identificare con precisione gli obiettivi.

La Commissione dedica ampio spazio pure alle conseguenze indirette della guerra. Ospedali, reparti maternità, scuole e orfanotrofi vengono descritti come infrastrutture sistematicamente colpite o rese inutilizzabili. Il documento collega il collasso del sistema sanitario all’aumento della mortalità neonatale, degli aborti spontanei e delle disabilità permanenti. Migliaia di bambini hanno subito amputazioni. Decine di migliaia convivono oggi con traumi fisici e psicologici destinati a protrarsi per tutta la vita.

La situazione della Cisgiordania occupata costituisce un capitolo autonomo. Tra ottobre 2023 e ottobre 2025, secondo la Commissione, 213 bambini palestinesi sarebbero stati uccisi dalle forze israeliane. Le vittime risultano quasi esclusivamente maschi adolescenti. Il rapporto parla di una sorta di “profilazione preventiva” che tende a identificare i ragazzi palestinesi come potenziali minacce alla sicurezza. A ciò si aggiunge l’aumento della violenza dei coloni, con centinaia di episodi documentati di aggressioni, intimidazioni e attacchi contro minori.

Un ulteriore elemento riguarda gli arresti di massa. La Commissione sostiene che molti ragazzi palestinesi siano stati detenuti senza garanzie adeguate, sottoposti a maltrattamenti, isolamento, privazione del contatto con le famiglie e, in alcuni casi, a violenze sessuali o trattamenti degradanti incompatibili con il diritto internazionale.

Uno dei passaggi più significativi del rapporto riguarda il tema della disumanizzazione. Gli autori raccolgono dichiarazioni pubbliche di esponenti politici israeliani che descrivono i bambini palestinesi come futuri terroristi o nemici potenziali. Secondo la Commissione, questa retorica contribuisce a creare un contesto culturale nel quale l’infanzia palestinese perde la propria protezione simbolica e giuridica.

Le conclusioni giuridiche sono particolarmente severe. La Commissione individua elementi riconducibili a uccisioni intenzionali, sterminio, persecuzione, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani, violenza sessuale e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e penale. Il rapporto termina chiedendo sanzioni internazionali, embargo sulle armi e un rafforzamento dell’azione della Corte penale internazionale.

Genocidio, accuse e accertamento giudiziario

La parola che attraversa in filigrana tutto il documento è genocidio. La Commissione richiama infatti un proprio precedente studio dedicato alla Convenzione del 1948 e descrive una serie di condotte che, sul piano giuridico, possono essere lette alla luce delle fattispecie previste dall’articolo II della Convenzione.

Nel rapporto compaiono elementi che potrebbero essere ricondotti all’uccisione di membri del gruppo. Compaiono elementi riferibili alle gravi lesioni fisiche e mentali inflitte ai sopravvissuti. Vengono descritte condizioni di vita che incidono sulla sopravvivenza collettiva della popolazione civile. Emergono dati relativi alla salute riproduttiva, alla mortalità neonatale e alla distruzione delle strutture sanitarie. Tutti aspetti che meritano un esame rigoroso sul piano del diritto internazionale penale.

Una simile valutazione richiede però un passaggio essenziale. Il genocidio rappresenta il più grave dei crimini internazionali e la sua esistenza può essere accertata soltanto da un tribunale competente attraverso un procedimento fondato su prove, contraddittorio e garanzie processuali. Nessuna commissione d’inchiesta, nessuna organizzazione internazionale, nessun governo possiede il potere di pronunciare una sentenza definitiva su questo punto.

La questione decisiva riguarda infatti il cosiddetto dolus specialis, l’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. È questo l’elemento che distingue il genocidio dagli altri crimini internazionali, anche quando le conseguenze materiali risultano devastanti.

Ciò non diminuisce la rilevanza del rapporto Onu. Al contrario. Documenti di questo tipo svolgono una funzione essenziale nella raccolta e nella conservazione delle prove. Costruiscono archivi documentali, individuano responsabilità potenziali, mettono a disposizione materiale investigativo e consentono agli organi giudiziari internazionali di svolgere il proprio lavoro.

Per questa ragione assume particolare importanza la raccomandazione finale rivolta al procuratore della Corte penale internazionale. La Commissione chiede esplicitamente che il materiale raccolto venga utilizzato nell’ambito delle indagini già aperte. In altre parole, il rapporto non pretende di sostituirsi a una sentenza. Chiede che una corte faccia ciò che soltanto una corte può fare: accertare i fatti, attribuire le responsabilità individuali e stabilire se i crimini descritti integrino, oltre ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità, anche il crimine di genocidio.

È un passaggio fondamentale. In uno Stato di diritto, e ancor più nel diritto internazionale, la gravità delle accuse impone la massima prudenza nell’uso delle parole e la massima fermezza nella ricerca della verità. Proprio per questo il rapporto delle Nazioni Unite merita attenzione. Non perché pronunci una sentenza. Perché raccoglie una quantità impressionante di elementi che chiedono di essere sottoposti al giudizio della giustizia internazionale.

 

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