Ceuta è diventata la dépendance del condominio “Europa”. È qui, su una penisola di appena diciotto chilometri quadrati incastrata nella costa marocchina, che si incrociano Marocco, Sahara Occidentale, Schengen e sicurezza europea. È qui che l’Unione europea ha sperimentato il proprio futuro, affidando sempre più il controllo delle proprie frontiere ai Paesi terzi e trasformando la gestione dei flussi migratori in una questione di diplomazia internazionale.
Lo ha confermato il Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, convocato dopo la più grande crisi migratoria mai registrata nell’enclave spagnola. Il vertice che si è tenuto il 4 agosto si è chiuso con un doppio messaggio. Da una parte Bruxelles ha sostanzialmente dato ragione a Madrid, chiarendo che Schengen non è mai stato realmente in pericolo. Dall’altra ha consolidato una linea che da tempo l’Italia sostiene: più rimpatri, frontiere esterne più forti, partenariati con i Paesi africani e una gestione dell’immigrazione sempre più spostata fuori dai confini dell’Unione. Eppure tutto comincia in mare. Nella notte tra il 30 e il 31 luglio il tratto d’acqua davanti a Ceuta si è riempito di persone. Ragazzi con il telefono chiuso dentro una busta di plastica. Padri con i figli sulle spalle. Donne che entrano in acqua vestite. Alcuni nuotano poche centinaia di metri, altri per ore. Dall’altra parte non c’è soltanto la Spagna, c’è l’Europa. Per qualche ora una delle frontiere più sorvegliate del Mediterraneo ha smesso di esserlo, aprendosi come un diaframma. Secondo il ministero dell’Interno spagnolo tra 50 e 60 mila persone raggiungono l’enclave – fino a oltre 70 mila secondo altre fonti – e decine di migliaia vengono poi riportate in Marocco nei giorni successivi. In mare restano almeno 84 morti. In 2500, prevalentemente donne e bambini, sono ancora lì in condizioni disperate, assistiti solo dalla Croce Rossa, dagli abitanti e da una Ong, coi centri in collasso. Le immagini raccontano soltanto l’ultimo capitolo di una storia che inizia molto lontano dalla spiaggia. Ceuta per gli europei è un punto quasi invisibile sulla carta geografica e per migliaia di africani rappresenta l’ultima porta terrestre verso l’Europa. Quando una città di ottantamila persone si ritrova attraversata da oltre settantamila migranti in poche ore, va in crisi un intero sistema di controllo delle frontiere.
Ma per capire Ceuta bisogna guardare ancora più a sud.
Ceuta e Melilla sono le uniche frontiere terrestri tra Africa e Unione europea. Ma la vera partita si gioca nel Sahara Occidentale, ex colonia spagnola contesa da quasi cinquant’anni tra il Marocco e il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Rabat considera quel territorio parte integrante del Regno e propone un piano di autonomia; il Polisario continua invece a rivendicare il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite e mai celebrato. È qui che la migrazione smette di essere soltanto una questione umanitaria e diventa geopolitica. Lo si era già visto nel 2021. Dopo che Madrid accolse per cure Brahim Ghali, leader del Polisario, oltre diecimila persone attraversarono improvvisamente il confine di Ceuta. Pochi mesi dopo il governo Sánchez cambiò posizione sul Sahara Occidentale, appoggiando il piano marocchino di autonomia. La crisi diplomatica si ricompose e il confine tornò a chiudersi. Da anni Ceuta è il laboratorio europeo dell’esternalizzazione delle frontiere. Il controllo dei flussi viene affidato sempre più al Marocco, partner strategico dell’Unione, attraverso accordi politici, cooperazione e finanziamenti. È lo stesso principio che ispira gli accordi tra Italia e Libia nel Mediterraneo centrale: fermare i migranti prima che arrivino in Europa.
Nelle settimane precedenti alla crisi, però, il Tribunale Supremo spagnolo ha stabilito che le persone intercettate in mare non possono essere automaticamente respinte, con i “respingimenti a caldo”, ma hanno diritto a una valutazione individuale della richiesta di protezione. Una decisione che ha rimesso al centro il diritto internazionale e modificato un equilibrio consolidato. Il governo spagnolo attribuisce l’ondata migratoria ai trafficanti e alla disinformazione diffusa sui social. Ma una frontiera come quella di Ceuta non si apre e non si richiude da sola. Dietro c’è un equilibrio politico che coinvolge Rabat e Bruxelles.
La crisi è così arrivata sul tavolo dell’Unione europea.
Dalle conclusioni del vertice straordinario emerge una linea condivisa: combattere senza tregua il traffico di migranti, rafforzare le frontiere esterne, aumentare i rimpatri, consolidare i partenariati con i Paesi terzi e migliorare la capacità di prevenire nuove crisi. I ministri hanno anche chiesto una comunicazione più coordinata per contrastare la disinformazione e le interferenze esterne. Sul piano immediato, però, Bruxelles ha sostanzialmente dato ragione alla Spagna. Il commissario europeo agli Affari Interni Magnus Brunner ha chiarito che nessun migrante arrivato a Ceuta è entrato nello spazio Schengen. Il ministro spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha confermato che circa 70 mila migranti sono già rientrati in Marocco e che nessuno ha raggiunto la Spagna continentale. Una ricostruzione che ridimensiona la scelta del governo italiano di introdurre controlli temporanei sui collegamenti con la Spagna per il timore di movimenti secondari. Madrid ha reagito con durezza definendo la decisione italiana «superflua e sproporzionata», accusando Roma di avere anteposto esigenze di politica interna alla solidarietà europea, ricordando il sostegno offerto dalla Spagna durante le crisi di Lampedusa.
Altrimenti detto, l’Italia della Meloni e di Piantedosi ha colto la palla al balzo per riproporre il modello degli hub europei nei Paesi terzi, sul modello Albania, indicando Ruanda, Uganda e Ghana come possibili sedi di futuri centri europei per l’identificazione e il rimpatrio dei migranti irregolari. Una proposta che la Spagna continua a respingere, ma che tornerà al centro del Consiglio europeo di ottobre.
Eppure il vertice racconta anche un’altra storia.
Se sulla vicenda Schengen la posizione italiana esce indebolita, sul piano strategico è proprio la linea sostenuta da Roma a trovare spazio nelle conclusioni del Consiglio. Matteo Piantedosi ha ribadito che l’Europa deve smettere di rincorrere le emergenze quando i migranti sono già arrivati alle frontiere e usare il peso politico ed economico dei Ventisette per negoziare con i Paesi di origine e di transito. Se uno Stato rifiuta di collaborare ai rimpatri, ha sostenuto il ministro, l’Unione deve poter utilizzare tutte le leve disponibili. È questo il vero messaggio uscito da Bruxelles: l’Europa continua a dividersi sugli strumenti, ma non più sull’obiettivo. La gestione dell’immigrazione si sposta sempre più lontano dai confini dell’Unione. Più cooperazione con i Paesi africani. Più rimpatri. Più frontiere esternalizzate.
Ceuta, allora, non è un’eccezione, ma un’anticipazione. Il Mediterraneo può cambiare nome, senza variare l’emergenza. A Ceuta è una frontiera diplomatica. A Lampedusa è il porto degli sbarchi e dei salvataggi con la legge del mare. A Cutro è stata la spiaggia divenuta obitorio per centinaia di persone. Cambiano governi, slogan e rotte. Restano i confini che si aprono e si richiudono, i barconi che partono, i porti vicini e lontani e le polemiche dopo ogni tragedia.
Eppure il dibattito continua quasi sempre a fermarsi sull’ultimo anello della catena: il migrante. È il volto che tutti vedono. Restano fuori dall’inquadratura gli accordi tra Stati, i finanziamenti europei, il Sahara Occidentale, le cooperazioni e gli equilibri geopolitici che decidono quando una frontiera deve essere impermeabile e quando, improvvisamente, può aprirsi.
Il Mediterraneo continua così a raccontare la stessa storia. Non quella di un’invasione, ma quella di uomini, donne e bambini che, comunque, sono i primi a morire in acqua.
l’autrice: Valentina Colli è archeologa, attivista e collaboratrice TrapaniSI




