Povertà record, salari insufficienti, welfare sempre più indebolito, scuola classista. I dati non solo smentiscono la propaganda della destra sui successi del governo Meloni ma rivelano precise scelte politiche che rovesciano sistematicamente il dettato costituzionale
In Italia esiste un modo semplice per misurare l’operato di un governo: non partire dai reel sui social, commenti su X o slogan sulla “nazione”, ma dalla Costituzione, in particolare dall’articolo 3: «Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione...etc». Un articolo dopo aver proclamato l’eguaglianza formale, dice, nel secondo comma, qualcosa di ancore più radicale: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto libertà ed eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona umana». La Carta laica e antifascista non chiede allo Stato di compatire chi resta indietro ma di eliminare le condizioni materiali che producono subalternità e disuguaglianze. Letto così, il governo Meloni in carica dall’ottobre 2022 appare come un rovesciamento del dettato costituzionale. Per bambini, donne, studenti, lavoratori e immigrati, la politica pubblica non è organizzata intorno alla rimozione degli ostacoli ma alla loro amministrazione punitiva. La povertà diventa colpa individuale. La maternità è celebrata come destino, non sostenuta come libertà. La scuola viene piegata al merito inteso come selezione e disciplina. Il lavoro cresce nelle statistiche, ma nel concreto resta povero e precario. L’immigrazione è trattata come minaccia, non come condizione umana e sociale da governare con diritti e inclusione. Dopo il Covid l’Italia era segnata da salari bassi, divari territoriali, sanità indebolita, dispersione scolastica e precarietà giovanile e femminile. Davanti a tutto questo, l’esecutivo a trazione Fratelli d’Italia, il partito con la fiamma del Msi nel simbolo, invece di correggere la traiettoria utilizzando i circa 200 miliardi del Pnrr ricevuti in dote dal governo Conte II, ha deciso di legittimarla ideologicamente, trasformando le diseguaglianze in ordine naturale.
La povertà come colpa
Il primo laboratorio è la povertà. La cancellazione del Reddito di cittadinanza - sostituito dall’Assegno di inclusione - non è stata una semplice riforma tecnica, ma una ridefinizione morale del povero. Da una misura, certo imperfetta, ma ampia e condizionata si è passati a un sistema più selettivo, costruito sulla distinzione tra fragili riconosciuti e poveri attivabili, tra chi merita protezione e chi deve essere spinto verso qualunque lavoro, anche se è povero o discontinuo. Il risultato è che la povertà non arretra. Secondo l’Istat, in Italia vivono in povertà assoluta oltre 5,7 milioni di persone, quasi un residente su dieci. Una condizione strutturale che colpisce soprattutto minori, giovani, famiglie numerose, stranieri, Mezzogiorno e persone con basso titolo di studio. Il dato più duro riguarda bambini e adolescenti in povertà assoluta: sono oltre 1 milione e 283mila cioè il 13,8% degli under 18. È il valore più alto dal 2014. Povertà minorile significa minore accesso a nidi, mense, sport, biblioteche, cure psicologiche, connessioni, tempo pieno, viaggi d’istruzione, possibilità di scegliere. È una compressione precoce dell’immaginazione, il contrario del «pieno sviluppo della persona umana». Qui il governo ha preferito bonus e retorica familiare a investimenti strutturali. Parla di natalità, ma non ha costruito un sistema universale di servizi per l’infanzia. Evoca la famiglia come cellula della nazione, ma non ha garantito pari condizioni ai figli che nascono in famiglie povere, monogenitoriali, migranti, periferiche o meridionali. L’infanzia, nel discorso della destra, è spesso sacralizzata; nella politica concreta è lasciata al reddito dei genitori. Si difendono “i bambini” in astratto, ma non si costruiscono le condizioni materiali perché ogni bambino possa crescere senza ereditare la povertà. La promessa costituzionale è stata capovolta: non è la Repubblica a rimuovere gli ostacoli, è il minore a dover imparare presto a conviverci.
La maternità come destino
Lo stesso accade alle donne. Il governo Meloni ha fatto della maternità un emblema identitario, ma non della libertà femminile il centro di una politica pubblica. L’Italia continua ad avere un tasso di occupazione femminile molto inferiore a quello maschile. L’Istat segnala che tra i 25 e i 64 anni l’occupazione delle donne è venti punti sotto quella degli uomini; nelle età più mature lo scarto arriva a 22,9 e nel Mezzogiorno diventa abissale: 33 punti. Le donne sono più istruite, ma meno occupate; più esposte al part-time involontario; più spesso inchiodate al lavoro di cura non retribuito. Anche un governo guidato da una donna continua a scaricare su di loro l’infrastruttura invisibile del welfare. E ha raddoppiato l’Iva per assorbenti e prodotti per l’infanzia dal 5% al 10%, mentre ha ristretto i requisiti di Opzione donna, riducendo l’accessibilità alla pensione anticipata. La destra affronta la denatalità come fosse un problema morale quando invece è un indicatore sociale. Nel 2025 l’Istat stima 355mila nati e un numero medio di figli per donna sceso a 1,14. Chi governa risponde con lessico proprietario: patria, famiglia, madri, radici. Ma la libertà di mettere Questo articolo è riservato agli abbonati
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