Ormai il razzismo è diventato identitario: è la cifra fondamentale attorno alla quale si costruiranno le prossime elezioni politiche in Italia e non solo in Italia. La risposta della sinistra dovrebbe essere senza alcuna incertezza. Ma per arrivare a ciò è necessario comprendere di più del razzismo, del perché si genera e come si alimenta. Ho avuto modo di leggere l’importante e giusto intervento di Gianni Cuperlo alla Camera. Ma mi sento però di dire all’on. Cuperlo che non è possibile ridurre il comportamento del razzista semplicemente ad una “questione morale”. Il razzista non è tale per una questione di immoralità. Il razzista non ha un difetto di comportamento, come dire un’educazione non buona. Perché se così fosse allora ciò implica che tutti saremmo razzisti se non fosse per un comportamento corretto dovuto all’educazione. La parola morale non implica mai che ci sia un pensiero sottostante. È qualcosa che si acquisisce, è un modo “sociale” di stare insieme agli altri. Allora chi è razzista lo sarebbe perché non ha imparato qualcosa, come se gli mancasse qualche informazione, non è stato attento a “lezione di moralità”.
Ma questo è un errore fondamentale.
È un difetto di pensiero molto più profondo, più radicato e in quanto tale molto più resistente. Tant’è vero che le “lezioni di morale” fanno molto ridere i razzisti che se ne fanno un vanto della loro “moralità anomala”. Infatti loro sostengono di essere i veri portatori della morale occidentale, del vero pensiero “sano” dell’occidente. E anzi proprio il fatto di sostenere che sia un problema morale rende i razzisti molto più sicuri di sé stessi: per loro gli immigrati pongono un problema morale proprio perché, secondo loro, non si adeguano a quella occidentale. Hanno una morale non conforme e quindi è giusto comportarsi con loro in maniera moralmente diversa rispetto a chi è “uguale” a loro.
Il difetto di pensiero sta nel pensare gli immigrati come non uguali e quindi in realtà non esseri umani. Persone che hanno un difetto originario, qualcosa che le rende in realtà non umane.
Difetto che sarebbe visibile dalle caratteristiche fisiche o dalle caratteristiche genetiche o da caratteristiche morali appunto o culturali. Qualcosa che rende queste persone diverse da noi.
L’ipotesi è che il difetto di pensiero derivi anche da un’idea di estraneità di queste persone ad una cultura che propone l’essere umano come originariamente cattivo, spontaneamente violento.
Origine maligna nominata come nulla originario o peccato originale o anche inconscio polimorfo perverso. Diversi nomi per la stessa cosa, un male intrinsecamente e ineluttabilmente presente nell’essere umano. Senza peraltro darne alcuna spiegazione logica.
E visto che il pensiero razionale compare tardi nello sviluppo umano, il pensiero occidentale, nel suo mix di religione e ragione, ha portato ad un pensiero di salvezza e di “moralità buona” solo nella misura in cui l’essere umano si liberi del suo irrazionale, portatore di caos e male originario, per farsi lucido e senza affetti.
Il rapporto si potrà poi recuperare in seguito, nei formalismi codificati dalla norma dell’educazione morale e di rapporti che non mettano mai in crisi la gabbia che deve contenere la naturale perversione umana che deriva prima di tutto dal corpo. Allora va pensato che chi non è come noi occidentali ci mette in crisi non per una morale violata, ma perché sollecita memorie perdute di una possibilità di rapporto con lo sconosciuto. La verità è che i razzisti vivono nella paura e nell’angoscia di perdere la loro identità basata su duemila anni di pensiero logico razionale e religioso.
I successi straordinari della scienza moderna, basati su un metodo scientifico che è stato codificato come invenzione del pensiero razionale, non sono stati sufficienti ad eliminare dal pensiero umano l’alienazione religiosa, l’idea che esista qualcosa di sovrumano fuori di noi e di inconoscibile dentro di noi.
Non c’è metodo scientifico che tenga, non c’è conoscenza della realtà materiale che basti ad eliminare un’alienazione che ci fa diventare completamente stupidi nel pensare che l’affettività naturale di ogni essere umano derivi da un influsso divino che prende il controllo del corpo umano che sarebbe altrimenti carne inerte. La cattiveria di un pensiero che parla di una nascita che non esisterebbe ma che sarebbe solo fatto materiale, visto che il “fatto immateriale” deriverebbe solo e soltanto dall’esistenza di ciò che non esiste in quanto alienazione dell’adulto che deve accudire il bambino. Non è sufficiente parlare di problema morale per chi è razzista. Bisogna invece parlare di qual è il contenuto di quella moralità che si critica.
Va detto perché e come le posizioni razziste sono moralmente inaccettabili dicendo chiaramente qual è il contenuto umano della moralità che essi propongono! E dall’altro canto, qual è la moralità che invece la sinistra propone? Qual è il contenuto di una morale che accetta gli immigrati?
Perché non è in alcun modo accettabile limitarsi a dire “perché lo dice la chiesa” o peggio “perché lo dice la bibbia”. Al di là del fatto che i razzisti nella grandissima maggioranza dei casi si dicono dei fedeli integerrimi, il problema è che bisogna parlare anche a chi religioso non è, e a sinistra sono tanti.
Perché il pensiero religioso è perfettamente a suo agio nel classificare gli esseri umani come migliori e peggiori. Basta pensare al fatto che nel cristianesimo esistono un paradiso e un inferno (quindi gli uomini non sono tutti uguali) e che esiste una superiorità chiaramente codificata dell’uomo rispetto alla donna.
Vanno trovati argomenti nuovi. E il primo argomento nuovo, fondamentale e principale strumento anche politico, è il dire che esiste un’uguaglianza naturale e originaria che compare alla nascita, tra tutti gli esseri umani, dovunque e da chiunque essi nascano. Questa uguaglianza sta in un pensiero che si forma alla nascita e che non è razionale. È un pensiero semplice ma netto pur nella sua indeterminatezza.
Un pensiero che è fatto di due idee che non possono essere l’una senza l’altra: il mondo non esiste e la certezza di esistenza di un altro essere uguale a sé.
Un’idea di qualcosa che non è, visto che il mondo esiste, e un’idea di qualcosa che è, visto che esistono altri esseri umani con cui avere rapporto. Un’idea di non rapporto con il non umano e un’idea di rapporto con l’umano. Un pensiero del tutto irrazionale, senza parola, realizzazione del corpo intero del neonato che perciò diventa pura sensibilità e reattività a stimoli sottili. Una nascita inetta che rende necessario avere un accudimento di un adulto per il lungo tempo dell’infanzia. Il tempo necessario a far sì che quel primo pensiero si sviluppi così come si sviluppa il corpo ma attraverso un meccanismo potente ed invisibile: la trasformazione. Una possibilità di ritrovarsi diversi da come si era prima, con un pensiero nuovo. Una possibilità di creatività e di sviluppo che nessun animale ha e che permette l’invenzione e la trasformazione del mondo. Una possibilità di acquisire conoscenza che non è accumulazione ma è comprensione profonda della realtà, umana e non umana.
Oppure, se il rapporto e l’accudimento non hanno portato a confermare il primo desiderio di rapporto con l’altro, il buio, il non vedere, la rabbia e l’odio e poi la perdita del pensiero originario dell’essere per essere in rapporto. Altra caratteristica esclusivamente umana che non si trova in nessun animale: la malattia del pensiero. Lo so, il lettore sarà annoiato da questa ripetizione di questa dinamica che è stata scoperta da Massimo Fagioli oltre 50 anni fa ed è raccontata e spiegata nei suoi libri. Ma veramente non so come fare perché per dire quanto siano necessarie e forti queste idee. Permettono di vedere e permettono di superare pensieri stupidi e inutili. Non si tratta di sapere cose in più, non si tratta di spiegare qualcosa. Si tratta di dire quello che è cercando di sollecitare quel pensiero lontano di essere tutti uguali per nascita, che è ciò che ci fa sentire male quando vediamo che l’uccisione e la guerra sono il derivato, detto inevitabile da chi ha il potere sul mondo, pensato come unica possibilità di “trasformazione” del mondo che in quanto mondo materiale non ha altra possibilità per essere trasformato che passare attraverso la distruzione.
Sono messaggi, comunicazioni nascoste, che vogliono ribadire sempre che no, che anche se siamo apparentemente tutti uguali ci sono alcuni che sono più uguali degli altri… che non ci sarebbe alcuna possibilità di trasformare sé stessi, che non esisterebbe alcuna possibilità di vivere senza angoscia.
La verità della cultura occidentale è come quella di un gas soporifero che vuole anestetizzare e portare ad un sonno senza sogni, riempito delle immagini piatte delle madonne delle chiese di periferia. Fare in modo che non si abbia mai la possibilità di pensare ad una vita piena e bella, una vita fatta di amore e di realizzazione di sé e soprattutto degli altri, ovunque essi siano nati. «Una storia diversa, una storia d’amore…» dicevano tanti ragazze e ragazzi di 50 anni fa. Un’idea di poter fare di una ricerca una conoscenza che non fosse per negazione di quel primo pensiero che è un pensiero di scienza, di fantasia e di amore. Perché è il pensare che il mondo non esiste che permette di trasformarlo per fare l’arte e scoprire ciò che è nascosto nel suono del vento e nel rumore del mare. Ed è l’amore per l’altro, diverso e sconosciuto, ciò che ci permette di ritrovarci ogni giorno diversi da ciò che eravamo ieri, in una necessità di separazione incessante da un passato che non tornerà mai più per poter essere ogni volta nuovamente noi stessi.
In apertura, la Grotta delle mani (Argentina) – foto Di Mariano – Opera propria




