La destra al governo vede i giovani come anomalie da correggere, contenere e riportare alla norma. Ed è nella scuola che la pressione normativa si fa più evidente
C'è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una società guarda i propri adolescenti. Ogni epoca proietta sui giovani le proprie paure, le proprie speranze, le proprie contraddizioni. Ma ci sono momenti storici in cui questa proiezione si fa più dura, più esplicita, quasi difensiva: quando le nuove generazioni smettono di essere un orizzonte di possibilità e diventano un problema. Quando l’attesa diventa sospetto. Negli ultimi anni questo mutamento è evidente. Gli adolescenti vengono sempre più raccontati come instabili, inconcludenti, aggressivi, devianti, pericolosi. Sono sempre meno persone da conoscere e sempre più soggetti da contenere. In realtà, l’adolescenza non è una patologia né un’emergenza sociale. Non è una minaccia da neutralizzare. È una fase decisiva della vita in cui si sviluppa l’identità, si trasformano i riferimenti dell’infanzia, aprendo la strada a una crescente autonomia. Ma è anche, per sua natura, una condizione orientata al nuovo, particolarmente sensibile ai cambiamenti, spesso capace di intercettare in anticipo le trasformazioni e le crisi del tempo presente. Proprio per questo l’adolescente mette in crisi l’adulto e, in senso più ampio, le certezze della società stessa. Non perché sia “problematico”, ma perché cresce. Crescere significa differenziarsi, sottrarsi all’immagine che ci ha definito, entrare in una fase più complessa del rapporto con gli altri. Nella tensione verso il nuovo, l’adolescenza può entrare in attrito con le forme più conservatrici dell’ordine sociale, che pretendono invece tradizione e continuità. Parte dell’ostilità verso i giovani nasce forse qui: nel non saper accettare che l’altro non resti uguale e che, per primo, percepisca le crepe della società. La difficoltà non è certo nuova. Ogni generazione ha letto quella successiva con stereotipi ricorrenti: i giovani tra smarrimento e arroganza. Un’ambivalenza che appartiene da sempre al rapporto tra generazioni. Tuttavia, qualcosa si è oggi irrigidito. Non si tratta più soltanto di una distanza fisiologica tra generazioni, ma di una crescente tendenza politico-istituzionale a vedere il movimento adolescenziale come fenomeno sociale da domare e governare. Le scelte normative degli ultimi anni nei confronti dei giovani si fondano su un’idea di controllo e conformità, a scapito della partecipazione, dell’autonomia e del confronto critico. Lo sguardo non oscilla più tra incomprensione e giudizio, ma si fissa su un’unica rappresentazione: il giovane come anomalia da correggere, contenere e riportare alla norma. Fenomeni reali e talvolta gravi come baby gang, violenza minorile o altre forme di malessere sono contrastati in termini di sicurezza e ordine pubblico. Controllo e punizione sono la risposta prioritaria, mentre passano in secondo piano

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