La crisi climatica è entrata a gamba tesa nella vita delle persone comuni. Ma la destra al governo protegge gli interessi dell’industria che inquina e criminalizza chi pretende un’inversione di rotta della politica
«Il fumo ci dà pane» era una frase scritta con una bomboletta spray su un muro delle acciaierie di Piombino. Non era solo un modo di dire, ma la sintesi perfetta di un sistema di pensiero neocapitalista e fordista. Il fumo delle fabbriche anneriva i muri, entrava nei polmoni, faceva ammalare, eppure veniva presentato come il prezzo inevitabile del lavoro. Chi denunciava l’inquinamento metteva a rischio il salario, la produzione, il futuro della città e dei suoi lavoratori. Quella logica non è scomparsa: ha solo cambiato lessico. C’è una frase del critico britannico Mark Fisher che la fotografa meglio di qualsiasi slogan: «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Detto altrimenti, accettiamo come inevitabile la catastrofe ambientale più di quanto sappiamo concepire un’alternativa al modello che la produce. Oggi nessuno dice più che l’inquinamento è il prezzo da pagare per un salario. Viene detto che la transizione ecologica costa troppo, che l’Europa impone sacrifici, che l’ambiente è un lusso per radical chic, che la crisi climatica va affrontata senza «ambientalismo ideologico». Giorgia Meloni usa proprio quest’ultima espressione come una formula politica: da una parte ci sarebbe l’ecologia pragmatica, compatibile con l’impresa; dall’altra i divieti, le auto elettriche imposte da Bruxelles, i «talebani del green». È una distinzione utile perché sposta il discorso. Non si parla più di caldo, morti, inquinamento, agricoltura, dissesto, lavoro all’aperto, case, bollette. Quando un argomento diventa troppo solido per essere attaccato frontalmente, si attacca chi lo argomenta. Si costruisce un nemico culturale, lo si presenta come imposizione esterna, lo si usa per evitare il terreno concreto delle politiche pubbliche. I dati sull’opinione pubblica, del resto, non lasciano spazio al negazionismo: secondo Observa Science in Society, circa nove italiani su dieci ritengono che il clima della Terra stia cambiando; Ipsos rileva che il 76% è preoccupato per le conseguenze nel proprio Paese. L’obiettivo non è convincere gli elettori che il clima stia cambiando. È impedire che questa consapevolezza diventi una prassi politica. Intanto la crisi climatica è già nella vita delle persone comuni. Nell’estate 2025, secondo l’Imperial college London e London school of hygiene & tropical medicine, il cambiamento climatico ha provocato 16.500 morti da caldo in 854 città europee. L’Italia risulta il Paese più colpito, con 4.597 vittime stimate. Sono anziani che vivono soli in appartamenti troppo caldi, persone con malattie croniche, cittadini senza rete familiare, senza condizionatore, con la bolletta che pesa. Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo: diventa più pericoloso dove ci sono povertà energetica, isolamento sociale, città costruite male. La povertà è un

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