Casi come quello della “famiglia nel bosco” polarizzano l’attenzione.Mentre non una parola ha speso la politica sull’omicidio della piccola Beatrice. Ci si chiede quale sia la visione della realtà umana dei bambini da parte di chi governa. Ne parliamo con Paolo Siani, pediatra ed ex parlamentare
Il turpe silenzio sulla tragedia di Beatrice, bambina di due anni seviziata e uccisa a Bordighera, trattata al più come una orribile storia di cronaca nera dalla stampa locale, è rotto solo da una puntata della trasmissione di Radio 3 Rai “Tutta la città ne parla” che ha posto la fondamentale questione se questo caso estremo non sia in realtà la punta dell’iceberg di un sommerso che nessuno vuole vedere, quello della violenza contro i bambini agita nel chiuso delle mura domestiche. La nostra cultura è ancora intrisa dell’ideologia dello ius corrigendi, il diritto del pater familias di picchiare moglie e figli per educarli, che la suprema Corte cassò con una storica sentenza nel 1956 e la riforma del diritto di famiglia del 1975 superò riconoscendo uguale dignità e responsabilità a madre e padre. Non solo, infatti, la violenza contro le donne è ancora ubiquitaria nelle relazioni intime come nella società: per i figli non esistono tutele, nonostante la ormai ventennale risoluzione del Parlamento europeo per una «strategia sui diritti dei minori» (2006), che al paragrafo “Violenza” sollecita «un’azione normativa e preventiva per affrontare i casi di violenze, abusi sessuali, punizioni umilianti e pratiche tradizionali lesive» e condanna, fra l’altro, «tutte le forme di violenza fisica, psicologica e sessuale»; nel paragrafo “Minori a rischio”, ovvero «in situazioni sociali che mettono in pericolo la loro integrità mentale o fisica», stabilisce che «i minori testimoni di violenza domestica sono considerati vittime di reato», tuttavia la violenza assistita in Italia non è un reato autonomo, ma solo un’aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia. Nel commentare l’approvazione in Francia nel 2019 della legge contro la violenza a fini educativi, che vieta i trattamenti crudeli e degradanti e qualsiasi ricorso alla violenza corporale da parte dei genitori che esercitano la loro autorità parentale nei confronti dei figli, l’allora segretario generale dell’Ue Thørnbiorn Jagland sottolineava che «la violenza contro i minori, in particolare le punizioni corporali che ne rappresentano la forma più diffusa, è una chiara violazione del diritto dei minori al rispetto della dignità umana e dell’integrità fisica e veicola un messaggio errato, che può causare gravi danni fisici e psicologici su minori». Ma l’Italia non ha adottato una legge contro l’uso della violenza a fini educativi, viene sanzionato solo l’abuso

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