Lo sterminio dei nativi americani e la guerra israeliana contro Gaza non sono la stessa storia, ma obbediscono alla stessa grammatica coloniale: espropriare, disumanizzare, cancellare. La solidarietà indigena con la Palestina riaccende la memoria rimossa dell’Occidente

«Vi vediamo, vi sentiamo, siamo con voi», aveva detto Donald Hatch, Orso nero, leader Arapaho dell’Oklahoma l’anno scorso al Falestin festival di Roma concludendo il suo appassionato intervento in rappresentanza dell’American Indian Movement. Venerdì scorso, 3 luglio, alla Casa della memoria e della storia, ha nuovamente parlato di “un ponte simbolico tra la resistenza palestinese, indiana e partigiana” dopo aver rievocato la battaglia di Little Bighorn in cui, 150 anni fa, gli Indiani batterono il generale Custer, sottolineando il ruolo fondamentale che l’indomito coraggio di una donna ebbe nella vittoria, fatto che solo la storia orale tramandata dai nativi ricorda. Anche Yousef Salman, presidente della Comunità palestinese di Roma e del Lazio (di ritorno dal presidio Mille giorni di genocidio a Gaza che si è  tenuto a Montecitorio), che ha accomunato il popolo nativo americano e il popolo palestinese nell’eroica resistenza di fronte all’indifferenza e complicità dei governi di un mondo occidentale «disumano e fallimentare».

Non stupisce che i nativi americani, che da decenni sostengono i palestinesi avendo vissuto sulla propria pelle l’oppressione colonialista, siano stati tra i primi a denunciare il genocidio attuato a Gaza da Israele. A marzo 2024 il consiglio tribale della tribù Oglala Sioux ha dichiarato in una risoluzione ufficiale: «Siamo i discendenti del genocidio perpetrato in America e stiamo ancora cercando di guarire dalle ferite che ci hanno inflitto. Quando questa violenza contro i palestinesi è iniziata, abbiamo sentito che era fondamentale per i popoli indigeni schierarsi al loro fianco».

La Native American and Indigenous Studies Association, istituita nel 2009 «per studiare e resistere al colonialismo in tutte le sue manifestazioni», ha rilasciato ad aprile 2024 una dichiarazione in cui offriva pieno sostegno sia al popolo di Gaza che alle proteste non violente degli studenti nei campus universitari e metteva in chiaro come il genocidio sia intrinseco al colonialismo di insediamento, che mira ad espropriare le terre dei popoli nativi attraverso la disumanizzazione, il massacro, il confinamento, l’esodo forzato, la continua restrizione di spazio e la cancellazione dell’identità culturale. Individuava così un percorso parallelo tra il dramma secolare vissuto dai nativi americani e la violenza della Nakba che i palestinesi subiscono da 78 anni.

In questa chiave di lettura perdono rilevanza le differenze storiche tra i due fenomeni, specie il fatto che il genocidio dei popoli nativi delle Americhe, avvenuto nell’arco di diversi secoli, è passato a lungo sotto silenzio poiché non è stato “visto”, mentre il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi è il primo della storia ad essere trasmesso in tempo reale, ha ricevuto misure e sanzioni giudiziarie internazionali e ha suscitato un’ondata di mobilitazioni di protesta in tutto il mondo. Ciò che di fondo li accomuna è la logica colonialista di espansione territoriale, che vede la popolazione nativa come un ostacolo demografico e culturale da rimuovere con ogni mezzo. Altro tragico elemento affine è l’inaudita violenza usata contro i bambini, fatti bersaglio dalle “bombe intelligenti”dell’esercito israeliano, vittime del terrore, della fame e della scarsità di cure, mentre nel corso del genocidio americano vennero massacrati senza ritegno o costretti all’assimilazione forzata nelle famigerate Boarding Schools. Ed è identica la deumanizzazione delle popolazioni indigene attuata in nome di una “superiore civiltà”, che poi è il principale strumento di ogni genocidio. Così il ministro della difesa israeliano Gallant ha potuto definire i palestinesi «animali umani», mentre la moglie di Netanyahu ha dichiarato che definirli tali sarebbe un insulto nei confronti degli animali; d’altra parte in Israele la demonizzazione dei palestinesi viene inculcata nei bambini fin dalla scuola primaria. Similmente i colonizzatori europei si sentivano investiti della missione di portare la civiltà nel Nuovo mondo popolato da pericolosi selvaggi da convertire, rendere schiavi o massacrare.

Il libro di David Stannard Olocausto americano (Bollati Bolgheri) ci presenta un quadro agghiacciante di come, dopo la scoperta dell’America, fu attuato l’annientamento dei nativi attraverso le guerre, le malattie importate, la depredazione e devastazione dei territori. Vennero calpestate e distrutte culture ancestrali e organizzazioni sociali molto più avanzate, sul piano della democrazia, della giustizia sociale, della condizione delle donne e dei bambini, rispetto a quelle dei colonizzatori. Ma nel Nuovo Mondo gli occhi dei bianchi non vedevano altro che “feroci selvaggi”. All’impresa coloniale europea e poi americana fu intrinseco il razzismo più estremo; basti pensare che nel 1630 nel New England fu dichiarato illegale «sparare in aria con un fucile quando non era necessario a ogni genere di selvaggina eccetto gli indiani o i lupi» e presto la “caccia al pellerossa” divenne un redditizio sport popolare.

E che dire dei capi di Stato di una nazione che nella sua Dichiarazione d’Indipendenza sanciva i diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla felicità di tutti gli uomini? George Washington, padre fondatore degli Stati Uniti nonché convinto schiavista, dichiarò che gli indiani dopotutto non erano poi tanto diversi dai lupi «essendo entrambi animali da preda, sebbene di forma diversa». Thomas Jefferson, il grande “filosofo della libertà”, sostenne che i bianchi americani erano «obbligati a cacciare gli indiani incivili con le bestie delle foreste». Andrew Jackson definì gli indiani «cani selvaggi» e si vantò di aver sempre conservato lo scalpo di quelli che aveva ucciso; raccomandava inoltre alle truppe americane di uccidere sistematicamente le donne e i bambini indiani, snidandoli dai loro nascondigli.

Stannard individua la radice del razzismo e del colonialismo europeo e statunitense nel retaggio religioso, prima cattolico, poi puritano, che diede linfa alla “missione civilizzatrice” degli occidentali in America. Lo stesso Cristoforo Colombo era un fanatico religioso ossessionato dalla necessità di convertire o sterminare tutti gli infedeli, l’ultimo dei crociati che profetizzava il secondo avvento di Gesù Cristo nelle terre appena scoperte. E dopo di lui, nei secoli, ogni nuova conquista verrà considerata segno della volontà divina e si terrà sempre fede al monito biblico del Deuteronomio: «Nelle città di questi popoli che il Signore, il tuo Dio, ti dà come eredità, non conserverai in vita nulla che respiri».

Gli Stati Uniti d’America, l’autoproclamatasi “nazione redentrice”, nata sullo sterminio e sulla schiavitù di milioni di persone, spianarono brutalmente ogni ostacolo alla realizzazione del “destino manifesto americano” dettato da Dio, che esigeva che la razza bianca popolasse quelle terre preservandosi da ogni contaminazione. A tal fine si ricorse anche alla “scienza”: Oliver Wendell Holmes, famoso medico di Harvard, nel 1855 decretò che gli indiani erano solo «una bozza incompleta di umanità il cui sterminio era la necessaria soluzione al problema della relazione con la razza bianca». Theodore Roosevelt, premio Nobel per la pace, ossessionato dalla purezza razziale, riteneva lo sterminio degli indiani e l’espropriazione delle loro terre necessari affinché i bianchi non fossero sopraffatti da una riproduzione incontrollata dei gruppi razziali inferiori, i «totalmente incapaci», gli «inutili». E, in effetti, quando la “missione” fu compiuta, degli originari 10 milioni di nativi nordamericani ne erano rimasti solo 250.000.

Non c’è dubbio che gli dei, in particolare quello dell’Antico Testamento, e il colonialismo vadano in perfetto accordo quando si tratta di giustificare il genocidio. Il diritto divino a possedere la “Terra promessa” sostanzia l’ideologia sionista messianica che orienta lo Stato israeliano. Quando, il 28 ottobre 2023 Netanyahu ha chiamato il popolo alla vendetta con il motto «Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek», si riferiva al passo del Deuteronomio dove Dio annuncia: «Nel paese che il tuo Dio ti dà in eredità perché tu lo possieda, cancellerai la memoria di Amalek di sotto al cielo. Non dimenticarlo» e al versetto del Primo libro di Samuele: «Ora va’, colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene; non risparmiarlo, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini».  Amalek era, stando alla Bibbia, il capo degli amaleciti, una tribù edomita che per prima mosse guerra ad Israele dopo l’esodo dall’Egitto e ne fu sconfitta. Paragonando i palestinesi agli amaleciti, Netanyahu ha sancito il diritto e l’obbligo ‘morale’ degli israeliani ad annientarli per estirpare il Male. Amaro paradosso è che Hitler, nella pianificazione della Shoah, trasse ispirazione proprio da quei passi biblici, oltre che dalla tanto ammirata “efficienza” della campagna americana di sterminio contro i nativi, in cui vedeva un’anticipazione dei propri progetti di pulizia etnica.

Eppure, a fronte di tanta inconcepibile disumanità, i popoli, come hanno ricordato gli attivisti indiano e palestinese alla “Casa della memoria”, sanno resistere e conservare memoria e cultura. Solo per fare un piccolo esempio, nel popolo Navajo non è andata perduta la tradizione di celebrare con una gioiosa cerimonia la prima risata di ogni bambino, per festeggiare la sua disponibilità ad abbracciare la vita e ad entrare in connessione con la comunità.

Fulvia Cigala Fulgosi è scrittrice, docente di Lettere.  Con Dorina Di Sabatino ha pubblicato testi dedicati alla psicologia, all’educazione e allo sviluppo infantile, tra cui Amore senza bugie (Asino D’oro) e  Storia e scoperta della sessualità e Psicologia dello sviluppo infantile (Aracne)

Fonte foto:WK