A 25 anni dalle giornate del G8 di Genova, il dibattito sul rapporto tra protesta, democrazia e diritti continua a interrogare la società italiana. Quegli eventi hanno segnato una generazione di attivisti, giornalisti e cittadini, lasciando un’eredità che va ben oltre la cronaca di quei giorni. Tra i testimoni più autorevoli di quella stagione c’è Lorenzo Guadagnucci, giornalista e scrittore, presente a Genova nel luglio 2001 e vittima dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz. Da allora ha dedicato gran parte del suo lavoro alla riflessione sui movimenti sociali, sul diritto al dissenso e sulle trasformazioni della democrazia. Tra le sue opere più significative figurano Noi della Diaz (Terre di Mezzo Editore), L’eclisse della democrazia (Feltrinelli), scritto insieme a Vittorio Agnoletto, e il più recente Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), un libro in cui l’autore torna a interrogarsi sull’eredità politica, civile e culturale di quei giorni, mostrando come le questioni emerse nel 2001 – dal rapporto tra potere e diritti alle forme della partecipazione democratica – continuino a essere di stretta attualità.

Direi né l’una né l’altro. Il movimento di allora è stato un fenomeno storico importante, nato da una serie di circostanze e dalla convergenza di esperienze diverse. È un movimento che nasce dall’America Latina e dall’Europa, matura negli anni Novanta e si avvale anche del contributo di intellettuali di altissimo livello. Oggi quel movimento ha sedimentato competenze, conoscenze, analisi, un punto di vista e una lettura della globalizzazione neoliberista che, a mio avviso, restano validi. Il tempo ha dimostrato che quel movimento aveva sostanzialmente ragione: aveva previsto fenomeni come l’esplosione della bolla finanziaria, il ruolo crescente delle migrazioni e le difficoltà dell’Occidente nel gestirle. Questo patrimonio di idee e di conoscenze esiste ancora. Non c’è oggi un movimento paragonabile per coesione e capacità organizzativa, ma la storia dei movimenti è imprevedibile. Abbiamo visto grandi mobilitazioni, anche sovranazionali. Penso, ad esempio, alle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza: un movimento non omogeneo, ma globale, che ha dimostrato la capacità di reagire all’idea che si dovesse accettare con indifferenza un genocidio trasmesso in diretta. Per questo non parlerei di una storia perduta. Guardare all’esperienza di venticinque anni fa significa recuperare un patrimonio storico che può essere un incoraggiamento anche per il futuro. È già successo che un movimento globale si organizzasse in quel modo: può succedere di nuovo.
Lei ha citato Gaza. Io aggiungerei anche Fridays for Future e Non Una Di Meno.
Certo. Ci sono stati molti movimenti in questi anni. Se allarghiamo lo sguardo possiamo ricordare Occupy Wall Street, gli Indignados in Spagna, Non Una Di Meno, il movimento transfemminista e le mobilitazioni per la crisi climatica. Sono tutti movimenti nati fuori dalle istituzioni e dai partiti, qualcosa di nuovo che, pur non essendo il “movimento dei movimenti”, nasce anche dai semi lanciati allora. Per questo vedo una situazione ancora in movimento. Bisogna sempre ricordare l’imprevedibilità dei movimenti: non sappiamo mai quando e in quale contesto le energie apparentemente disperse riusciranno a coagularsi.
Vede in queste esperienze gli elementi per un nuovo “movimento dei movimenti” oppure il contesto è ormai troppo diverso?
Questo non lo so. Sicuramente il contesto è cambiato. La globalizzazione neoliberista è cambiata, sono arrivati i social media e le Big Tech, che hanno trasformato profondamente la comunicazione e perfino le capacità cognitive delle nuove generazioni.Non si parla più soltanto dell’espansione incontrollata del mercato. Sono tornate forme di neoprotezionismo, ma non è cambiata la natura estrattivista del modello economico. Dopo la crisi finanziaria e l’incapacità di garantire benessere ai ceti medi, questo sistema si sta trasformando in un’economia di guerra. Un’opposizione a tutto questo può nascere soltanto nei movimenti. Non vedo altri ambiti, né istituzionali né di partito, capaci di offrire una risposta alternativa. E proprio perché i movimenti sono imprevedibili, non possiamo sapere quando e come questo accadrà.
All’epoca del G8 di Genova gran parte della sinistra europea era ancora al governo. Penso al Regno Unito, alla Germania. Anche in Italia, voglio dire, Berlusconi è salito al potere a ridosso del G8: fino alla primavera c’era stata la sinistra. Eppure, di fronte a quello che accadde a Genova, una parte consistente del centrosinistra europeo sembrò prendere le distanze dal movimento, guardandolo con diffidenza, se non con sufficienza.
Ma sì, questo è quello che è accaduto. Io credo che in quel momento il centrosinistra europeo – e statunitense – abbia perso un’occasione storica di dialogo con quel movimento. Quel movimento aveva avuto la capacità di mostrare l’altro lato della globalizzazione neoliberista e costituiva una reale alternativa di prospettiva politica e ideologica, una diversa lettura del tempo presente. Questo appuntamento il centrosinistra europeo l’ha mancato. Credo sia successo perché, nella fase di trasformazione delle sinistre successiva alla fine del socialismo reale, in quel processo anche di confusione che hanno vissuto, hanno creduto di poter agire all’interno della cornice del capitalismo neoliberista, pensando forse di poterlo cavalcare e guidare.Tony Blair, con la sua idea della Terza Via e dell’abbandono di un’alternativa anche solo di pensiero al capitalismo, dettava la linea. È stato un errore storico, perché la globalizzazione neoliberista non la si controlla con gli strumenti dei governi nazionali. Io dirò di più: sono convinto che in quella fase storica la sinistra europea sia morta proprio per questa ragione. Mentre rappresentava questa sua evoluzione come una necessaria modernizzazione rispetto al pensiero novecentesco, in realtà promuoveva un processo di adattamento al capitalismo neoliberista e accettava la massima di Margaret Thatcher, quella secondo cui non esistono alternative.Nel libro riporto anche quella battuta fulminante – tragica, se vogliamo, dal punto di vista politico – di Margaret Thatcher. Quando le viene chiesto quale sia stato il suo più grande successo politico, non cita la crescita economica della Gran Bretagna, né la guerra delle Falkland, né la sconfitta del sindacato. Cita invece il New Labour di Tony Blair. L’avversario di sinistra che sposa le idee della destra.
Senta, invece, venticinque anni fa esisteva una rete globale fatta di associazioni, movimenti, sindacati, popoli indigeni e cittadini che contestavano l’ordine economico dominante. Oggi sembra invece più forte una rete transnazionale composta da movimenti fascisti, nazionalisti e di estrema destra: quella che in gergo giornalistico viene definita “internazionale nera”. È davvero avvenuto questo ribaltamento? E, se sì, quali sono le cause?
Io non credo che ci sia stato un ribaltamento. Mi sembra piuttosto che queste due realtà non possano essere messe specularmente a confronto.Quel movimento aveva avuto la capacità di coalizzarsi a partire da esperienze e culture politiche diverse. Questa è la cosa più preziosa che conserviamo come memoria e rappresenta un patrimonio che i movimenti dovrebbero attualizzare e tenere presente nell’organizzazione del futuro. L’«internazionale nera», a mio avviso, è soprattutto un’espressione giornalistica. Quello che vediamo è piuttosto l’emersione di movimenti nazionalisti che, per definizione, faticano ad avere una vera dimensione internazionale. Sono una risposta alla crisi del modello neoliberista. La promessa di crescita del benessere e di espansione globale del mercato ha incontrato ostacoli insormontabili. La geopolitica è cambiata: l’egemonia mondiale, militare, economica e culturale degli Stati Uniti è tramontata. Oggi esistono altri soggetti globali: la Cina, l’India, i Brics. Non è più proponibile quel modello che venticinque anni fa aveva come sfondo l’egemonia americana. Allora si parlava di Washington Consensus, delle istituzioni internazionali come Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio: tutte organizzazioni sovranazionali con sede a Washington, proprio perché gli Stati Uniti rappresentavano il centro di quell’egemonia.Oggi questo scenario non esiste più. La crisi del 2007-2008 ha fatto cadere molte illusioni sulla crescita infinita e sull’espansione incontrollata dei consumi. A questa crisi il neoliberismo risponde irrigidendosi: esaspera i privilegi delle minoranze, rafforza il modello gerarchico, alimenta il nazionalismo e una crescente xenofobia.I protezionismi cercano di difendere privilegi acquisiti. È un’evoluzione – o forse un’involuzione – di un sistema che non riesce più a mantenere le proprie promesse. La transizione verso un’economia di guerra rappresenta il punto più avanzato di questa tendenza.
Venticinque anni fa il movimento criticava un ordine internazionale fondato sulla globalizzazione neoliberista, sull’idea di un mondo unipolare e sulla libera circolazione di merci, persone e capitali. Oggi, invece, quel modello sembra essersi trasformato: tornano il nazionalismo, la competizione tra potenze, le guerre, il protezionismo e le tensioni geopolitiche. È finita l’epoca della globalizzazione oppure siamo semplicemente in una sua nuova fase?
Io credo che siamo in una fase nuova. Ovviamente i soggetti oggi sono più numerosi rispetto ad allora. Però alcune cose non sono cambiate. L’ideologia di fondo del modello rimane la stessa: l’idea della crescita infinita e dello sviluppo secondo il modello che abbiamo sperimentato soprattutto in Occidente.Si tratta di un’economia di mercato diseguale, perché in realtà non è mai stato un modello realmente liberista. Non a caso abbiamo parlato di neoliberismo: l’ideologia del mercato veniva promossa e praticata, ma sempre dentro una logica di rapporti di forza.Questi rapporti di forza oggi hanno uno scenario meno globale, ma rimangono sostanzialmente identici, anche nelle relazioni tra Stati Uniti, Europa e molti Paesi del Sud del mondo. Continua a esistere un rapporto gerarchico, estrattivista e di dominio. Rimane la logica predatoria di chi dispone della forza economica per appropriarsi delle risorse. Le terre rare vengono estratte attraverso relazioni diseguali. Il debito continua a essere utilizzato come strumento di dominio. Si è inoltre aggravato ciò che già denunciavamo a Genova, durante la manifestazione del 19 luglio dedicata al tema delle migrazioni: il rischio di arrivare a forme sempre più accentuate di xenofobia e di apartheid. Quel sistema teorizzava la liberalizzazione degli scambi, dei capitali e delle merci, ma non accettava la libera circolazione delle persone. Oggi vediamo che le democrazie occidentali stanno arretrando e che lo Stato di diritto viene messo in discussione proprio dalle politiche migratorie, che rischiano di produrre forme di apartheid. Per questo parlerei di una trasformazione più che di un tramonto della globalizzazione. Rimangono caratteristiche fondamentali che ci obbligano ancora oggi a parlare di un neoliberismo rivisto e corretto.
Vorrei toccare un attimo il tema delle forze dell’ordine, che affronta anche nel libro. Dopo Genova si è aperto un dibattito sulla necessità di maggiore trasparenza, responsabilità e controllo delle forze dell’ordine, alla luce di quanto accaduto alla Diaz, a Bolzaneto e della morte di Carlo Giuliani. A venticinque anni di distanza ritiene che siano stati compiuti passi avanti oppure, anche alla luce dell’ascesa delle destre radicali e delle retoriche securitarie, esista il rischio di un arretramento?
Purtroppo i tentativi di fare passi avanti ci sono stati, e li abbiamo fatti anche noi. Voglio ricordare quell’incontro che organizzammo nel 2002 con Altreconomia, al quale diedi anche un contributo personale, mettendo attorno a un tavolo alcune vittime della scuola Diaz e alcuni sindacalisti di polizia. Cercavamo di aprire un varco di dialogo e di comprensione su quanto era accaduto. Poteva essere l’inizio di un percorso molto fecondo.Purtroppo quel varco è stato rapidamente richiuso. A venticinque anni di distanza dobbiamo dire che le forze dell’ordine italiane non hanno mai realmente fatto i conti con ciò che è avvenuto durante il G8 di Genova: con la tortura di massa, con la menzogna istituzionalizzata e con la sistematica violazione dei diritti civili e costituzionali. Quel percorso di responsabilizzazione che chiedevamo era necessario, perché davanti a una caduta così grave della legalità la democrazia dispone degli strumenti per sanare quella ferita. Ma quegli strumenti non sono stati utilizzati. Si è arrivati perfino, come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo, a ostacolare l’azione della magistratura da parte della Polizia di Stato. Quella ferita continua quindi a sanguinare e a fare male. Quando una ferita non viene curata, la civiltà peggiora.
E quali possono essere le conseguenze di tutto ciò?
Oggi le destre radicali traggono certamente vantaggio da questa situazione. Ma bisogna anche dire che in questi venticinque anni si sono succeduti governi di ogni colore politico e nessuno ha realmente voluto affrontare questa questione. Oggi dobbiamo riconoscere che il G8 di Genova, che avrebbe potuto rappresentare un momento di caduta dal quale rialzarsi, è invece diventato l’inizio di una nuova fase storica nel rapporto tra le forze dell’ordine, le istituzioni e i cittadini. Il messaggio che ne deriva è che le forze dell’ordine italiane sono disposte a violare regole costituzionali e diritti civili quando le circostanze politiche lo rendano, esplicitamente o implicitamente, possibile. Poiché quella vicenda non è mai stata realmente ripudiata, dobbiamo considerarla un precedente che potrebbe ripetersi. E, in parte, è già accaduto: non con la stessa concentrazione e intensità del 2001, ma attraverso molti episodi analoghi verificatisi nelle piazze e nelle carceri. Voglio ricordare, ad esempio, il processo che coinvolge circa cento agenti della Polizia penitenziaria per i fatti del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, episodi che ricordano sinistramente quanto avvenuto a Bolzaneto nel 2001. Genova ha aperto un discorso che oggi prosegue anche attraverso i decreti sicurezza, che rafforzano le tutele per gli agenti e riducono quelle per i cittadini che manifestano. Oggi il manifestante viene considerato più pericoloso di quanto non fosse nel 2001. L’eredità di Genova va letta anche in questa prospettiva.
Negli ultimi anni abbiamo parlato soprattutto dell’avanzata delle destre radicali e dei governi autoritari. Eppure emergono anche segnali che sembrano andare in controtendenza. Penso all’ascesa di Mamdani negli Stati Uniti, ai tentativi di rinnovamento della sinistra americana, al referendum in Italia e alla sconfitta di Viktor Orbán. Secondo lei si tratta di episodi isolati oppure intravede i segnali di una nuova stagione progressista?
No, io credo che dobbiamo dare una lettura complessiva di questi fenomeni. Quello che abbiamo detto sull’incapacità del centrosinistra europeo di dialogare con i movimenti e di fare propria la loro lettura del sistema non è avvenuto allo stesso modo in altre parti del mondo. In America Latina, per esempio, il rigetto del neoliberismo è stato netto e molto forte. L’apporto dei movimenti ha avuto anche importanti sbocchi istituzionali. Penso ai governi di Lula in Brasile negli anni Duemila, all’ascesa di Evo Morales in Bolivia, di Rafael Correa in Ecuador e dello stesso Hugo Chávez in Venezuela. Sono stati governi che, sull’onda dei movimenti, hanno realizzato politiche di rottura capaci di sottrarre milioni di persone alla povertà e all’indigenza attraverso programmi che fino ad allora non si erano mai visti. Altri segnali arrivano dalla stagione delle Primavere arabe, che hanno avuto come incubatore anche i Forum Sociali Mondiali organizzati a Tunisi e in altri Paesi africani. È lì che si incontrarono molti di coloro che sarebbero poi diventati protagonisti di quelle mobilitazioni. Anche il movimento degli Indignados in Spagna ha contribuito in modo significativo al rinnovamento della sinistra spagnola, cosa che invece non è avvenuta in altri Paesi. Io credo che tutto questo dipenda dal fatto che, dentro la società e dentro i movimenti sociali, esista ancora una grande capacità di immaginazione e un forte desiderio di costruire un futuro diverso. La penso come Mark Fisher: abbiamo bisogno di politicizzare questi desideri. Vedo molti segnali incoraggianti, soprattutto nelle giovani generazioni, che hanno preso sul serio la questione climatica molto più di quanto abbiano fatto le istituzioni. Vedo anche che le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza sono nate spontaneamente dai movimenti studenteschi, prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Per questo penso che esistano ancora, nella società, la creatività, l’immaginazione e il desiderio necessari ad aprire una stagione diversa rispetto a quella che oggi le classi dirigenti europee ci prospettano.
Foto di Delia Giandeini su Unsplash




