“Con lo stesso impegno nella lotta alla criminalità organizzata e in difesa della legalità”. Era il 19 luglio e Giorgia Meloni aveva scritto la sua solita letterina per l’anniversario della strage di via D’Amelio. Tre giorni dopo la sua maggioranza ha votato perché i magistrati di Roma non possano leggere le chat di Andrea Delmastro con il suo ex socio, testa di legno di un clan di mafia.
Ieri la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha respinto la richiesta della Procura di Roma di acquisire i messaggi tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e Mauro Caroccia, per gli inquirenti prestanome del clan Senese. Erano soci, con la figlia diciottenne di lui, in un ristorante che secondo la procura riciclava denaro camorristico. Il centrodestra ha votato compatto, l’opposizione contro. A dire la verità quelle chat sarebbero molto utili anche a Milano, all’inchiesta Hydra sui rapporti tra clan e politica. Meloni ai tempi parlò di «una leggerezza, nessun reato». C’è un problema non trascurabile: se sia o no una leggerezza lo devono decidere i magistrati, non lei.
La decisione però stupisce solo gli osservatori con memoria labile. Questo governo ha cancellato l’abuso d’ufficio e ha messo un tetto di 45 giorni alle intercettazioni. Sull’abuso d’ufficio il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha parlato di «errore grave»: un presidio tolto proprio lì dove le mafie entrano nei Comuni e negli appalti. Sulle intercettazioni ha scritto di un arretramento «grave e allarmante» nelle indagini di mafia. Ma al governo pensano di essere esporti di antimafia e quindi se ne fottono, evidentemente.
E poi è arrivato il 19 luglio, e si celebra Borsellino. Si celebra Giovanni Falcone a maggio. Quelli, tutti in prima fila agli anniversari, e intanto smontano gli strumenti di chi le mafie le indaga davvero. Al clan Senese intanto si fregano le mani.
Buon giovedì.
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