La sostanza prescritta dai medici e quella prodotto nei laboratori clandestini appartengono a due storie diverse. Confonderle non aiuta a prevenire i rischi e può danneggiare chi ha bisogno di cure

Tra il 22 e il 24 giugno, ottanta fiale di fentanyl scompaiono dalla cassaforte della farmacia dell’Ospedale Israelitico a Roma. Non ci sarebbero segni di effrazione. Si apre un’inchiesta e parte un’ispezione ministeriale. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori c’è quella di una sottrazione destinata al mercato illegale.
In pochi giorni la notizia conquista giornali e telegiornali e richiama subito la crisi statunitense: le strade di San Francisco, le pillole contraffatte e le decine di migliaia di morti per overdose. Ritorna anche la formula più spettacolare e meno utile, quella della “droga degli zombie”.
È proprio qui, però, che occorre fermarsi e distinguere. Il fentanyl non nasce come droga clandestina ma nasce come farmaco. Un farmaco essenziale, ancora oggi indispensabile in anestesia, terapia intensiva e terapia del dolore. La molecola custodita nella cassaforte di un ospedale e quella venduta illegalmente possono essere chimicamente simili, ma appartengono a due realtà completamente diverse. Da una parte ci sono una dose definita, un’indicazione clinica, professionisti formati e un paziente monitorato. Dall’altra, una sostanza prodotta senza controlli, inserita in miscele di cui nessuno conosce davvero composizione e concentrazione.

Un farmaco che ha cambiato la chirurgia
Il fentanyl (N-fenil-N-[1-(2-feniletil)piperidin-4-il]propanammide) è un oppioide interamente sintetico. Fu prodotto per la prima volta nel dicembre 1960 dal medico e farmacologo belga Paul Janssen e dal gruppo di ricerca della Janssen Pharmaceutica. L’obiettivo era ottenere un analgesico più rapido e potente della morfina (oppioide naturale) e della meperidina (oppioide sintetico). Entrò nella pratica clinica europea nel 1963 e negli Stati Uniti nel 1968, inizialmente associato al droperidolo (neurolettico/antiemetico spesso associato agli oppioidi durante le procedure anestesiologiche).
La sua introduzione segnò una svolta nell’anestesiologia: dagli anni Sessanta fu impiegato con altri farmaci negli interventi complessi, soprattutto nella cardiochirurgia e nella chirurgia maggiore, anche per attenuare la risposta dell’organismo allo stress operatorio.
Ancora oggi viene utilizzato quotidianamente nelle sale operatorie, nella sedazione per procedure diagnostiche e terapeutiche, nell’analgesia perioperatoria e in terapia intensiva. La rapidità dell’azione endovenosa permette all’anestesista di modulare l’analgesia in relazione alle diverse fasi dell’intervento.
Il fentanyl agisce principalmente sui recettori oppioidi μ (mu), localizzati soprattutto nel sistema nervoso centrale. La loro attivazione riduce la trasmissione degli stimoli dolorosi e produce un’analgesia molto intensa. La sua potenza viene tradizionalmente confrontata con quella della morfina, considerata il riferimento tra gli oppioidi: il fentanyl è circa 50-100 volte più potente e, per questo, viene dosato in microgrammi anziché in milligrammi. L’elevata liposolubilità gli consente inoltre di attraversare rapidamente la barriera ematoencefalica e di raggiungere il cervello in tempi molto brevi.
La via di somministrazione ne determina rapidità e durata: l’effetto è immediato per via endovenosa, rapido con spray nasali e compresse sublinguali, più lento e prolungato con il cerotto. In Italia queste formulazioni hanno indicazioni precise: l’iniettabile è usato soprattutto in anestesia, il cerotto nel dolore cronico grave e le preparazioni transmucosali nel dolore episodico intenso dei pazienti oncologici già in terapia con oppioidi.
La sicurezza del fentanyl dipende da un’indicazione corretta, dosaggio calibrato, monitoraggio e controllo delle prescrizioni. È questo insieme di competenze e verifiche che consente di utilizzare una molecola tanto potente negli ospedali e nella terapia del dolore.

Il confine tra uso terapeutico e abuso
Il fentanyl cambia volto quando esce dal circuito sanitario. Usato impropriamente o prodotto clandestinamente, è relativamente economico, può essere trasportato in volumi ridotti ed è attivo in quantità minime. Per le organizzazioni criminali questo significa moltiplicare il numero delle dosi e i profitti, senza dipendere dalla coltivazione del papavero e dai tempi della produzione dell’eroina.
Nel mercato illegale circola soprattutto come polvere, mescolato ad altre droghe o pressato in compresse contraffatte che imitano farmaci veri. Negli Stati Uniti sono diventate tristemente note le pillole blu con la sigla M30, fabbricate per assomigliare alle compresse di ossicodone da 30 milligrammi. Le presse e gli stampi permettono ai trafficanti di riprodurre forma, colore e marchi dei medicinali, contenenti fentanyl, metanfetamina o un insieme imprevedibile di sostanze.
Chi le acquista può quindi credere di assumere un analgesico o un ansiolitico e non sapere che la compressa contiene fentanyl. Neppure chi cerca consapevolmente un oppioide può conoscere la quantità presente nella singola dose. È questa imprevedibilità, insieme alla potenza della sostanza, a rendere il mercato clandestino particolarmente letale.
Sul piano psichico, come gli altri agonisti oppioidi, il fentanyl può produrre analgesia, sedazione, distacco dalla realtà ed euforia, seguiti da un forte rinforzo della ricerca della sostanza e dallo sviluppo di tolleranza e dipendenza. Sul piano fisico il pericolo immediato è la depressione respiratoria: il respiro rallenta progressivamente, la persona perde coscienza e, senza un intervento tempestivo, può morire per ipossia. Il naloxone può antagonizzare l’effetto degli oppioidi e salvare la vita, ma la rapidità d’azione del fentanyl rende essenziale intervenire immediatamente.

Gli Stati Uniti e le tre ondate degli oppioidi
Negli Stati Uniti il fentanyl clandestino si è inserito in una crisi già alimentata da anni di dipendenza da oppioidi.
Le radici risalgono agli anni Novanta, quando gli analgesici oppioidi furono prescritti su larga scala anche per dolori cronici non oncologici. Campagne commerciali aggressive, una comunicazione che minimizzava il rischio di dipendenza e una cultura sanitaria più orientata alla prescrizione, contribuirono a una disponibilità senza precedenti. A differenza dell’Europa, negli Stati Uniti le aziende farmaceutiche possono pubblicizzare al pubblico anche medicinali soggetti a prescrizione, in un sistema fortemente esposto al marketing diretto al consumatore.
Questa fu la prima ondata. L’uso prolungato di analgesici oppioidi può provocare dipendenza e tolleranza: nel tempo, per ottenere lo stesso effetto analgesico, può essere necessario aumentare le dosi, accrescendo anche il rischio di abuso e overdose. La seconda ondata arrivò quando, con il progressivo irrigidimento delle prescrizioni, una parte delle persone ormai dipendenti si rivolse all’eroina. La terza iniziò attorno al 2013, con la crescita vertiginosa dei decessi provocati dagli oppioidi sintetici, soprattutto dal fentanyl fabbricato illegalmente.
È questa successione, farmaci prescritti, eroina, fentanyl clandestino, a spiegare perché il fenomeno americano non possa essere trasferito direttamente all’Europa.
I dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) mostrano la rapidità della crisi: nel 2015 gli oppioidi sintetici diversi dal metadone, soprattutto fentanyl illecito, furono coinvolti in 9.580 decessi, oltre il 70 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nel 2016 le morti per overdose superarono le 63 mila; nel 2022 arrivarono a quasi 108 mila, di cui 81.806 con almeno un oppioide coinvolto.
Dopo il picco, il fenomeno ha iniziato a ridursi: nel 2024 i decessi legati agli oppioidi sintetici sono diminuiti del 35,6 per cento rispetto al 2023, probabilmente grazie alla maggiore diffusione del naloxone, all’accesso alle terapie e alle politiche di riduzione del danno. Le stime provvisorie indicano un ulteriore calo nel 2025, ma la crisi resta enorme.
Nel solo 2025 la Drug Enforcement Administration (DEA) ha sequestrato oltre 47 milioni di pillole contraffatte contenenti fentanyl e quasi 10 mila libbre di polvere, attribuendo un ruolo centrale ai cartelli messicani. Il vantaggio economico è evidente. Piccole quantità di principio attivo possono essere trasformate in milioni di dosi e vendute in pillole dall’aspetto farmaceutico, spesso a persone inconsapevoli di assumere fentanyl.

Europa e Italia, non sono l’America
L’Europa non è immune dai nuovi oppioidi sintetici, ma il suo quadro resta nettamente diverso. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe (Euda), l’eroina continua a occupare un ruolo centrale nel mercato illecito degli oppioidi, mentre fentanyl, nitazeni e altre sostanze sintetiche molto potenti hanno finora una diffusione più circoscritta, pur avendo provocato in alcuni Paesi focolai di intossicazioni gravi e mortali. Nel complesso, queste sostanze restano sullo sfondo rispetto alla centralità assunta negli Stati Uniti.
Il fentanyl farmaceutico e i suoi derivati sono sottoposti a controlli sulla produzione, la circolazione e la prescrizione. In Italia il riferimento principale è il Dpr. 309 del 1990, il Testo unico sugli stupefacenti, le cui tabelle vengono aggiornate per includere nuove sostanze.
Esiste poi una differenza culturale e commerciale. In Europa la pubblicità al pubblico dei medicinali soggetti a prescrizione è vietata. In Italia l’impiego degli oppioidi è stato storicamente più prudente e, talvolta, persino troppo restrittivo. Non abbiamo attraversato la stagione americana della promozione di massa degli analgesici oppioidi, né la stessa disponibilità di prescrizioni che ha creato un vasto bacino di persone dipendenti.
Questo non rende però il sistema europeo invulnerabile. L’EUDA segnala una crescente sovrapposizione tra droghe illegali, nuove sostanze psicoattive, medicinali contraffatti e farmaci sottratti ai circuiti regolari. In un mercato così mutevole, una sostanza molto potente può comparire senza essere riconosciuta, contaminare altre droghe e provocare rapidamente una serie di avvelenamenti.
Oggi in Italia, non esiste un’emergenza da fentanyl paragonabile a quella statunitense. La linea adottata dalle istituzioni è quindi quella della prevenzione: nessuna epidemia in corso, ma controlli e sorveglianza per evitare che il mercato cambi improvvisamente.
In questo scenario si inserisce la riflessione proposta da Roberto Saviano su Repubblica il 4 luglio. Secondo la sua interpretazione, le mafie italiane avrebbero finora poco interesse a diffondere il fentanyl, perché destabilizzerebbe i mercati consolidati dell’eroina e della cocaina. Ma non è una garanzia: la convenienza delle organizzazioni criminali può cambiare insieme ai profitti.

Vigilare senza produrre paura
Il furto di Roma non va minimizzato. Ottanta fiale sottratte a una farmacia ospedaliera impongono di ricostruire responsabilità e destinazione, verificare i sistemi di custodia e impedire che medicinali ad alta potenza escano dal circuito sanitario.
Ma il caso non dimostra che l’Italia sia già entrata nella crisi americana. Quella crisi è il risultato di una storia specifica caratterizzata da prescrizioni di massa, marketing farmaceutico e dipendenza diffusa.
Il pericolo deve essere nominato con precisione. Da una parte c’è un farmaco essenziale che ha contribuito allo sviluppo della chirurgia moderna e continua a rendere possibili anestesia, sedazione e controllo del dolore. Dall’altra c’è una sostanza prodotta illegalmente e immessa in un mercato che cancella indicazione e controllo.
Presentare il fentanyl soltanto come una minaccia rischia inoltre di riaccendere quella diffidenza verso gli oppioidi che in Italia ha a lungo ostacolato un adeguato trattamento del dolore e che la legge 38 del 2010 riguardo alle Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore ha cercato di superare.
Confondere questi due piani non aumenta la sicurezza. Rischia, al contrario, di trasformare un problema reale in una paura indistinta e di sottrarre cure proprio alle persone che ne hanno più bisogno.

L’autrice: Juliana Lindau Fortes, psichiatra e psicoterapeuta, è dirigente medico presso il Policlinico Umberto I di Roma

In apertura, immagine realizzata con IA