Quando una nave di ricerca e soccorso è costretta a fermarsi, la prima tentazione è pensare a ciò che si è perso. Una reazione comprensibile, ma forse non è quella giusta. Per capire davvero che cosa significa l’assenza di una nave bisogna spostare lo sguardo qualche centinaio di miglia più a sud, dove il Mediterraneo smette di essere sfondo alle foto delle vacanze e torna a essere confine. È lì che si misura il peso di un’assenza, perché mentre una nave resta in porto, il mare continua a fare quello che ha sempre fatto: non aspetta nessuno, come non aspettano le persone che salgono su un gommone al largo della Libia o della Tunisia dopo aver attraversato il deserto, mesi di prigionia, violenze, ricatti. Il mare non aspetta i trafficanti che continuano a mettere in acqua imbarcazioni fatiscenti. E le persone migranti — persone, non numeri, non statistiche — non aspettano le onde, il sole, la sete, e non aspettano le richieste di soccorso che arrivano quando un motore si spegne, un tubolare si sgonfia o il mare cambia improvvisamente umore. Lo scorso gennaio la nostra nave, la ResQ People, è stata gravemente danneggiata dal ciclone Harry mentre era ormeggiata in Sicilia, nel porto di Augusta. La demolizione è stata purtroppo una scelta obbligata, ma non per questo meno dolorosa. Sul ponte della ResQ People sono passati soccorritori, attivisti, volontari, medici, cuochi e marinai, ma soprattutto migliaia di uomini, donne e bambini che, una volta messi in salvo, hanno trovato il tempo di respirare, bere finalmente un bicchiere d’acqua, telefonare a casa (sapete cosa dicono, per prima cosa? «Mamma, sono vivo»). Demolire quella nave ha significato chiudere una pagina importante per la nostra organizzazione, non certo archiviare il bisogno che l’aveva resa necessaria. Perché le partenze sono continuate e i naufragi anche. E se c’è una lezione che questi anni ci hanno consegnato è che la presenza delle navi civili non può essere considerata un fatto eccezionale, ma dovrebbe essere parte di una risposta ampia nella quale gli Stati esercitano le proprie responsabilità e il soccorso in mare torna a essere ciò che il diritto internazionale ha sempre previsto: un dovere, prima ancora che una scelta. In attesa che questo accada, però, ogni nave in meno lascia un vuoto reale, fatto di richieste di aiuto che potrebbero non trovare risposta, di vite affidate soltanto al caso.
È da questa consapevolezza che nasce la campagna Insieme, torniamo in mare, che si sviluppa attraverso una serie di iniziative, tra cui la social challenge Mille barchette, una nave, che sta coinvolgendo la comunità di ResQ e il mondo della cultura e dello spettacolo invitando i sostenitori a postare un video sui social in cui realizzano simbolicamente una barchetta di carta. Acquistare una nuova nave significa restituire al Mediterraneo una presenza fatta di umanità, esperienza e responsabilità e rimettere in mare un equipaggio capace di intervenire quando ogni minuto può fare la differenza tra un salvataggio e una strage. Minuti, non ore, non giorni. Significa, soprattutto, affermare che davanti a una persona in pericolo il primo dovere non è chiedersi da dove venga o dove sia diretta e perché, ma fare in modo che possa salvarsi e non annegare. È una responsabilità che ci riguarda tutti.
Negli ultimi anni il Mediterraneo è stato raccontato soprattutto come un luogo di conflitto politico: dalle Ong, definite anche vergognosamente “taxi del mare”, ai decreti e alle ispezioni, dai porti di sbarco spesso troppo lontani, alle competenze dei diversi Stati, dalle polemiche che hanno accompagnato quasi ogni missione umanitaria fino alle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È un dibattito che però ha finito spesso per mettere in secondo piano il dato più semplice e concreto: in quel tratto di mare continuano a morire uomini, donne e bambini. Non perché esistono le navi umanitarie, ma perché continuano a esistere le ragioni che costringono migliaia di persone a partire, mettendo a rischio la propria vita e spesso quella dei propri figli. Quando una persona è in pericolo in mare non è né bianca né nera, né migrante né surfista, né cristiana né musulmana, né europea né extracomunitaria. È una persona in pericolo, e va soccorsa. Punto.
Le statistiche ci restituiscono l’entità della tragedia, ma non riescono mai a raccontarla davvero. Ogni numero comprende persone che avevano un nome, una famiglia, un progetto, una paura, un sogno. Persone che fino a poche ore prima immaginavano un futuro diverso, una nuova vita. Penso a esempio a uno dei ragazzi che abbiamo salvato. Non smetteva di ringraziarci. Alla domanda del perché insistesse a farlo ha risposto: «Vi ringrazio perché voi avete potuto scegliere, e avete scelto di essere qui. Io non ho mai potuto scegliere. Sono fuggito, fuggito, fuggito. E stavo per morire nel Mediterraneo».
I numeri servono certamente a comprendere le dimensioni del fenomeno, ma si rischia di anestetizzare la coscienza di chi legge, che si abitua perfino ai naufragi, notizia fra le notizie. Eppure, il Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più pericolose del mondo e il 2026 si sta confermando uno degli anni più drammatici per numero di vittime e dispersi. L’ultima tragedia è avvenuta al largo di Tobruk, il 15 luglio, sulla rotta per Lampedusa, le ennesime morti annunciate, il risultato di un Mediterraneo in cui persone in fuga vengono lasciate alla deriva, corpi senza valore.
In questo contesto, una nave civile di ricerca e soccorso non rappresenta la soluzione del fenomeno migratorio, credo nessuno lo abbia mai sostenuto. Come non è possibile sostenere che la soluzione sia impedire alle persone di partire. Le guerre certamente non finiscono perché un equipaggio salpa, le dittature non crollano e le disuguaglianze che attraversano i Paesi del Sud del mondo non si cancellano con una missione di soccorso. Una nave fa qualcosa di molto più limitato e, proprio per questo, di essenziale: è presente nel luogo dove c’è bisogno di aiuto e si può tendere una mano verso chi rischia di annegare. Per questo una nave non è mai soltanto una nave, è un dispositivo di soccorso, ma anche uno spazio in cui il diritto, la legge del mare, si applica concretamente. In un tempo nel quale tutto sembra essere oggetto di discussione c’è un principio che attraversa i secoli e le culture marinare: chi è in pericolo va soccorso. Non è un’opinione, non è una scelta politica, ma è uno dei fondamenti di chi va per mare.
C’è poi un’altra funzione che raramente viene ricordata: una nave civile rende visibile ciò che altrimenti rischierebbe di scomparire in quel mare «colore del vino», come scriveva Omero. Perché dove non ci sono testimoni, il rischio è che anche le tragedie diventino invisibili, e un naufragio che nessuno vede è un naufragio che scompare due volte: nel Mediterraneo e nella memoria collettiva. È anche per questo che perdere una nave significa anche perdere chi documenta, testimonia, raccoglie storie di vita, osserva ciò che accade in una frontiera sempre più lontana dagli occhi dell’opinione pubblica.
Perciò continuiamo a dire che il mare non può essere abbandonato e nei prossimi mesi vogliamo tornare a esserci. Il ciclone ci ha costretto a interrompere le missioni ma non ha cancellato la responsabilità che sentiamo verso le persone che continuano ad attraversare il Mediterraneo rischiando la vita. Ogni vita conta. Chi parla di emergenza dovrebbe partire da qui: l’unica vera emergenza è quella di evitare che si muoia ancora in mare. Queste sono vittime evitabili. Sono la conseguenza di scelte precise, scelte mortifere. È una realtà che non cambia a seconda della stagione politica o dell’attenzione dei mezzi di informazione. Continua a esistere anche quando smettiamo di guardarla.
Foto in apertura di Tommaso Moltando
L’autore: Luciano Scalettari, presidente di ResQ – People Saving People.







