G H M. È davanti a queste tre lettere stampate in maiuscolo su color oro ed impresse su un grande tappeto nero che copre un lungo corridoio che il regista Armando Punzo apre le porte che conducono gli spettatori dentro il nuovo spettacolo della Compagnia della Fortezza, che vedrà la sua forma definitiva nell’estate 2027. È infatti cadenzato su una costruzione biennale il lavoro che il regista porta avanti da quasi quarant’anni insieme ai detenuti del carcere di Volterra, in una impresa titanica ornai nota in tutto il mondo che gli ha fatto vincere pochi anni fa il leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia.
Si intitola Il capitale umano il nuovo studio che il regista partenopeo ha portato in scena in questi giorni all’interno del carcere di Volterra insieme ad altri due lavori: Cenerentola, presentato la scorsa primavera alla Pergola di Firenze e che sarà in altre piazze italiane il prossimo autunno e Fame, monologo tratto da Hamsun Knut e pensato per l’attore Paul Cocian, ormai ex detenuto formatosi all’interno della compagnia della Fortezza che oggi torna quotidianamente all’interno del carcere da uomo libero per portare avanti il progetto teatrale. In questa densa settimana volterrana sono stati presentati anche il bellissimo film della regista Elsa Amien, “Dentro” e il nuovo libro Arte, persone, istituzioni scritto da Punzo con Rossella Menna (Luca Sossella Editore).
Per ora, dicevamo, sono tre i personaggi ad essere in bozza, ma potrebbero al termine del processo ideativo essere anche di più e forse ce lo auguriamo. Attorno a questi personaggi un numero imprecisato di multipli di Karl Marx lavorano come inservienti del grand hotel al servizio dei clienti-spettatori, abitando i corridoi, le camere da letto, le grandi sale da ballo, le scalinate e le cucine. Ma non si tratta di comuni dipendenti che potremmo incontrare in qualunque hotel, perché ognuno di questi silenziosi Marx ha una mansione speciale, scritta su una targhetta posta sul petto che ne indica il ruolo: Portiere delle cause perse, Guardiano del fuoco, Maestro del tempo sospeso, Custode della memoria, Tesoriere del capitale, Guardiano delle utopie, Addetto alle stanze del possibile.
È ancora una volta il teatro che parla del teatro e si racconta, portandoci in quel dietro le quinte che poi diventa palcoscenico e di nuovo backstage, dove vivono i tecnici e gli attrezzisti, i costumisti e i truccatori, gli scenografi (alcuni di questi ultimi sono presenti sula scena a completare disegni sulle pareti dell’albergo sotto gli occhi del pubblico) e infine gli attori, a loro volta immersi in tutto il loro dramma: quello della propria vita di individui che dovrebbe essere lasciato da parte quando si sale sul palcoscenico, ma anche quello del rapporto difficilissimo con il regista e col personaggio da interpretare e poi ancora quello con il pubblico; proprio come il dramma vissuto della protagonista di Sentimental Value, (Nora, interpretata da Renate Reinsve) che è stato per gli attori della fortezza tra i preziosi riferimenti di questa ricerca. Tutto ciò, ancora una volta si moltiplica di significati dal momento che è il carcere a farsi teatro e spazio di pensiero per tutto questo.
È molto interessante venendo a contatto con Il capitale umano riflettere su ciò che spesso accade in chi compie processi artistici e sperimentazioni che lanciano il sasso in avanti; questa necessità di immergersi ciclicamente, talvolta in modo imprevedibile nei movimenti e nelle tracce della storia, andando a confrontarsi con quei personaggi che nel passato lontano o recente sono stati determinanti per movimenti culturali innovativi emersi in modo dirompente, magari poi falliti o semplicemente interrotti e lasciati sospesi. Al tempo stesso è davvero affascinante pensare alla scelta di Punzo di ambientare proprio in un grande albergo la sua nuova idea, perchè questo luogo, l’albergo, è stato e continua ad essere una suggestione potentissima della letteratura e del cinema del ‘900, dentro la quale in fondo, come in un castello, si trovano personaggi così diversi ad incrociare i loro destini.
È evidente che la riflessione proposta su Marx, ma forse ancor prima sulla rivoluzione francese, soprattutto sulle pagine di questo giornale che proprio certi temi li ha trattati numerose volte è assai interessante e al tempo stesso rischiosa e sarà bello vedere dove riuscirà ad approdare. A quanto pare il regista de “Il capitale umano” vuole portarci a pensare ancora a quello che probabilmente è stato il movimento di pensiero filosofico che dopo la Comune di Parigi ha cercato più di tutti un cambiamento radicale per una nuova idea di società per poi interrompersi.
E così nel grande hotel dove parte della musica che ci accompagna (scritta anche questa volta da Andreino Salvadori) nasce dell’unione di due dischi tagliati e ricomposti con lo scotch a creare un loop sonoro misterioso e affascinante, compaiono alle pareti tutte quelle idee rimaste sospese, lanciate nel tempo da filosofi, scienziati, musicisti, pittori, viaggiatori, rivoluzionari, artisti che ancora non hanno trovato sostanza, ma galleggiano come in una sorta di limbo e necessitano per prendere forma di nuovo nutrimento. Ed è proprio su questa idea di un legame col cibo che muove una delle parti più toccanti dello spettacolo, all’interno della cucina dell’albergo dove i Marx “cuochi d’artificio” (ancora una volta la firma dei meravigliosi costumi è di Emanuela Dall’Aglio) cucinano per gli ospiti-spettatori qualcosa da mangiare seguendo una invisibile partitura dipinta su un muro.
In questo viaggio fatto di quadri che si sviluppano diversi stanza per stanza il regista ci conduce nel suo viaggio sperimentale, in un processo delicato fatto di tentativi di ricerca e di forma che domani, forse, diventeranno qualcosa di nuovo e che oggi sono “soltanto” un bozzetto; altra potente idea questa del bozzetto su cui il nuovo spettacolo si sviluppa nelle più diverse sfaccettature per farci riflettere su quanto spesso la forma finale sia talvolta già contenuta nella prima traccia pensata e impressa sulla carta. “Nella pittura Zen il bianco non è lo sfondo. È il luogo dove continua il pensiero. L’incompiuto non è un difetto. È la condizione necessaria affinché chi guarda possa entrare nell’opera”.
E ci si commuove nel vivere questa esperienza proposta al pubblico in tutta la sua verità se si pensa a come purtroppo oggi l’arte così spesso ci venga offerta, in pacchetti più o meno preconfezionati a prova di errore, dove ciò che siamo chiamati a fare è fruirne come dei piccoli Pac-Man.
Al termine di questo primo studio di un’ora circa gli sguardi dei numerosi Marx che svaniscono come in un incantesimo dalla scena muovendosi prima come automi al ritmo di un carillon e poi in una danza vorticosa che ricorda il finale di Otto e mezzo, (le coreografie di Pascal Piscina sono sempre elegantissime e colme di rimandi) finiranno sapientemente incorniciati all’aria aperta inchiodandoci un’ultima volta prima di salutarci, per imprimersi indelebili nei nostri pensieri. Intanto attenderemo fiduciosi la prossima estate.
L’autore di testo e foto : Filippo Trojano è fotografo, giornalista e saggista




