
Qui ha regno il sole autentico. Il sole-belva... Vorrei qui vederlo nel suo sfogo immenso, ondeggiare coll’alito tormentoso del favonio sopra il grano impazzito». Così Giuseppe Ungaretti descriveva le Puglie ne Il deserto e dopo, tornando con la memoria alla terra che aveva attraversato nel 1934. Il Tavoliere era per lui una distesa abbagliata, quasi un’astrazione: luce che non illumina ma domina, un sole che governa, come una bestia acquattata sopra il grano in cerca di prede. Novant’anni dopo, quel sole “regna” ancora. Cade a piombo sulla piana di Foggia da maggio a settembre, spacca la terra, fa vibrare l’aria sopra i campi di pomodoro. Ma nel suo regno, oggi, ci sono due luoghi che il sole illumina senza che nessuno li guardi. Due non-luoghi, per essere precisi: scotomi, quelle macchie cieche che si aprono nel campo visivo e che il cervello, per non lasciare un vuoto, riempie con ciò che si aspetta di vedere. Città invisibili proprio perché troppo visibili, sotto gli occhi di tutti e da tutti aggirate. Qui vivono più di cinquemila persone. Si chiamano Borgo Mezzanone e Torretta Antonacci. Torretta Antonacci è poco più di un accatastarsi di lamiere e teli di plastica in mezzo agli ulivi ed è la seconda baraccopoli per dimensioni del Foggiano: durante le stagioni di raccolta la abitano circa duemila persone. Le baracche di lamiera, sotto il sole, diventano forni: per questo c’è chi dorme fuori, su materassi appoggiati alla terra battuta. Il sole - quello di Ungaretti, il sole-belva - è onnipresente: arroventa le lamiere, brucia gli occhi, ottura il naso col vapore delle deiezioni di chi ci vive. Non c’è fognatura, non c’è ombra che tenga. Non c’è nemmeno una strada decente. Lo scorso mese i braccianti, insieme ai sindacalisti della Flai-Cgil, hanno riempito le buche grandi come crateri della via che porta all’insediamento. Lo hanno definito «sciopero al contrario», riprendendo le pratiche del secondo dopoguerra e l’eredità di Giuseppe Di Vittorio.
Gli occhi di chi vive in questo vero e proprio ghetto sono stanchi, i movimenti lenti. Chi non dorme si è già incamminato verso i campi, prima che il caldo diventi insostenibile. Il lavoro è a cottimo, non a ore - una forma di pagamento che le norme di settore escludono ma che qui è la regola. Non si viene pagati per il tempo passato piegati sotto il sole, ma per ogni cassone riempito, tre quintali di pomodori, tre euro l’uno, quattro nei casi migliori. In dodici ore un uomo ne può riempire una decina: 25 o 30 euro, là dove il contratto provinciale ne prevede una quarantina. Poi il caporale trattiene 5 euro per il trasporto e 50 centesimi su ogni cassone. Restano due euro l’ora. E chi lavora a cassone ottiene meno della metà di chi è pagato a ore, perché fermarsi costa. Il cottimo è ciò che tiene un uomo chino quando il corpo gli chiede di smettere. Distese di grano bruciato, campi di pomodoro che tremano nella calura, e sopra tutto l’onnipresente sole-belva.
E l’acqua, dicevamo. Non c’è. Solo dozzine di taniche, ammassate ovunque - negli angoli delle baracche, accanto ai materassi, sulle piste sterrate. La Flai-Cgil, il sindacato dei lavoratori agroalimentari, ogni tanto porta delle cisterne per fare scorta, per calmare la sete di chi torna dai campi. Ma il proprietario Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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