Quanto dolore, mentre fuori piove e sconquassa, per la morte di Denise Garofalo. Denise, figlia di Lea, che si portava addosso il dolore di una madre ammazzata da suo padre Carlo Cosco, uomo di mafia.
Il clan non sopportava che Lea Garofalo avesse deciso di raccontare la mafia che aveva vissuto in famiglia e così madre e figlia, con Denise appena bambina, su e giù per l’Italia, poche ore per mettere in valigia una vita intera, un nome e un cognome finti e una storia da simulare a memoria, e poi un caravanserraglio che le portava via, di notte. È cresciuta così, Denise, scappando dalla mafia solo che la mafia aveva i denti di suo padre. È vissuta dovendo esistere il meno possibile, meglio ancora se trasparente, con le imposte socchiuse. E se per caso qualche volta avevano la sensazione di essere riconosciute si ripartiva di nuovo. Di nuovo ancora le valigie con tutta la vita dentro, di nuovo via, di nuovo.
Carlo Cosco, padre di Denise, uccise Lea, madre di Denise, il 24 novembre 2009, dopo un appuntamento a Milano che si apparecchiava con troppo anticipo al Natale, poco lontano dal cimitero Monumentale. Nel processo Denise ha scoperto che anche il suo fidanzato d’allora, Carmine Venturino, fingeva amore per compiere l’omicidio.
Così Denise ha cambiato nome, ha cambiato cognome e ha provato a rinascere. Era un giunco fragile, apolide, che aveva attraversato troppi cognomi da imparare a memoria. Li definiscono testimoni di giustizia e da anni sono scomparsi dal dibattito e dalla sensibilità pubblica. Denise s’è uccisa e aveva gli stessi anni di sua madre quando fu trovata fatta a pezzi. Si è buttata da una finestra, come fece Rita Atria, altra eroina civile di questo Paese con una memoria sempre più opaca.
Non abbiamo fatto abbastanza, tutti. Scusa, Denise.




