Sono le cinque di mattina di lunedì 17 agosto e sulla via Emilia già si assembrano decine e decine di persone, per presidiare contro la minaccia incombente delle operazioni di abbattimento di quel bosco che da tempo difendono con tenacia. Per fortuna, per tutta la giornata non si vede nessuna squadra di addetti, e nemmeno la polizia. Il bosco è ancora salvo.
Qui a Reggio Emilia agosto è cominciato in totale controtendenza: la città, anziché abbandonarsi a un sonnacchioso ritiro feriale, nonostante le temperature equatoriali conosce da lunedì 3 una mobilitazione permanente per salvaguardare un’area verde molto estesa.
La storia comincia nei primi anni Duemila, nel quartiere Ospizio, quando viene demolito l’ormai dismesso ricovero per anziani. Sulle macerie, nel corso degli anni, si forma un’area selvatica, con tanto di acquitrini – habitat ideali per varie specie di anfibi, come i rospi smeraldini – e alberature di pregio: una zona di biodiversità unica nel suo genere, a ridosso della trafficata via Emilia, poco distante dal centro. Davide Mattioli, perito agrario arboricoltore specializzato in gestione di ecosistemi, mi spiega perché sia importante salvaguardare quest’area verde urbana rinaturalizzata spontaneamente, che si è integrata con lo spazio precedente preservando alberi storici. Non è un luogo abbandonato, ma un ecosistema rigenerato proprio perché non turbato dall’azione umana. La sfida è come inserire nel contesto urbano ambienti naturali, ricchi di biodiversità. «È un’area che sta sprigionando una mole incalcolabile di benefici ecosistemici, difficilmente riproducibile altrove. Il tempo è un fattore che nemmeno il miglior progettista del verde può compensare», spiega. Non c’è interesse privato che possa prevaricare sul rispetto di un luogo simile, insostituibile nell’ottica delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici: alberature di diverse grandezze, specie differenti, sottobosco, arbusti spontanei e prati polifiti, con fioriture che sostengono gli insetti impollinatori e la nidificazione degli uccelli. L’amministrazione comunale sembra non accorgersi di questo potenziale.
Nel 2015 il sito viene alienato dal Comune a Conad Centro Nord, che avvia un Progetto di rigenerazione urbana, come variante di un precedente Pua approvato dal Consiglio comunale con delibera del 2006. Il piano prevede la scomposizione in due macro-aree: una superficie edificabile – circa 31mila metri quadrati, comprensivi di edilizia residenziale sociale, strade e verde ecologico – e una di circa 20mila metri quadrati destinata a servizi e verde urbano. Si prevede cioè la realizzazione di un supermercato e di uno stabile che dovrebbe ospitare una biblioteca e una casa di comunità, con servizi socio-sanitari (ma si scoprirà che l’amministrazione dovrà farsi carico delle spese, con un canone di locazione e i costi di gestione). Va aggiunto che a pochi metri, sul lato opposto della via Emilia, sorge in completo stato di abbandono un complesso che ospitava un settore dell’ex manicomio, che sarebbe stato opportuno riqualificare. In sintesi: un bosco di oltre 45mila metri quadrati viene distrutto per far spazio a una cementificazione di 24mila metri quadrati, più 7mila solo parzialmente permeabili. Il resto dell’area viene destinato a parco, con la messa a dimora di alberi giovani in compensazione di quelli tagliati. Servizi, insomma, in cambio di cemento.
Ugo Pellini, botanico e figura storica delle battaglie ecologiste, in serata è tra i protagonisti di un evento dedicato alla memoria di Paride Allegri, partigiano ambientalista, alla presenza della figlia Giovanna. Ci spiega la novità di fronte alla quale ci troviamo: «Il presidio è una nuova frontiera, che ricorda per certi aspetti le atmosfere del Parco Lambro negli anni Settanta, con nuove prospettive ecologiste. Le istituzioni prima ci hanno ignorato, poi deriso, poi combattuto; non so se perderanno. Però le dichiarazioni del sindaco e del vice, pur non aggiungendo nulla di concreto, dimostrano che hanno riconosciuto l’importanza della nostra mobilitazione, e che cominciano a temerci».
L’Assemblea del Bosco Ospizio nasce nel 2023 e da allora, senza interruzioni, porta all’attenzione della cittadinanza la difesa di quello che viene chiamato Bosco Ospizio e il rischio di un ennesimo scempio: dal boicottaggio del Conad alle feste di quartiere, dalle campagne di informazione alle sedute del consiglio comunale, sempre in un clima di partecipazione democratica, apertura al dialogo e confronto pacifico. Nel febbraio 2025 nove attivisti vengono denunciati per «violenza privata in concorso, invasione di terreni e danneggiamenti», per essere riusciti a bloccare l’abbattimento degli alberi.
Di recente un’istanza cautelare di sospensione dei lavori è stata respinta, mentre è ancora in atto il ricorso al Tar di Parma contro il Pru.
Il 3 agosto i mezzi meccanici devono fare di nuovo dietrofront, perché innumerevoli cittadini si siedono lungo la staccionata che delimita il luogo, impedendo l’accesso al bosco. I presenti vengono in gran parte identificati dalla Digos. Da allora il presidio diventa permanente, e il parco contiguo si anima di tende, concerti e assemblee molto partecipate. La mobilitazione accende l’attenzione dei media locali, ma anche di Radio 3 e di alcuni giornali nazionali. Le istituzioni sono costrette a cercare una soluzione, ma a oggi la disponibilità al dialogo manifestata dal sindaco e dal vicesindaco non accoglie ancora la richiesta imprescindibile dell’Assemblea: la sospensione dei lavori. Ilaria Mezzenzana mi ricorda le querele contro ignoti a scopo preventivo – per violenza privata e invasione di terreni ed edifici – che il Conad ha presentato fin dal 3 agosto, senza sapere neppure cosa sarebbe accaduto. «In realtà», aggiunge, «noi siamo rimasti su suolo pubblico, in una manifestazione regolarmente preavvisata. Oggi il questore ci ha ristretto l’autorizzazione, interdicendo tutte le zone vicine al bosco e confinandoci lungo la via Emilia. Siamo più di trecento, anche di altre realtà italiane in lotta contro il consumo di suolo e la speculazione.
È una risposta forte, che ci aspettavamo, perché le nostre riunioni sono sempre state molto partecipate. Sono assemblee facilitate, che hanno creato un modo diverso di fare politica. Sembriamo impotenti di fronte ai grandi drammi del presente: basti pensare a Gaza. Invece qui, attraverso un modo di stare insieme davvero orizzontale, abbiamo trovato una forza unitaria che ha dato respiro di speranza, e una modalità di azione che dimostra che non tutto è impossibile. Stiamo contrastando la narrazione dell’amministrazione, che vede nei diritti acquisiti dalla proprietà o nei progetti già approvati elementi che non si possono più mettere in discussione. Noi diciamo di non essere più impotenti, perché, se siamo in tanti, le cose non solo possono, ma devono cambiare. Il mondo è in fiamme e abbiamo bisogno di agire dal basso, per rivendicare un cambio definitivo di paradigma. Se non lo facciamo adesso, tutti noi, nessun altro potrà farlo. Occorre mettere in rete le esperienze sui territori per trovare nuove soluzioni. Chiediamo un tavolo con Conad, amministrazione e Prefettura, per parlare del futuro di questo bosco e trovare alternative per tutelarlo. Ovviamente, però, prima bisogna sospendere l’avvio dei lavori. Aspettiamo un invito ufficiale: noi siamo pronti».
Più in là, alcuni attivisti mi indicano un albero a forma di cavaliere seduto su un cavallo, dietro la palizzata che recinta l’area. «È il nostro Don Chisciotte. Siamo tutti qui, ancora a inseguire le nostre utopie, perché abbiamo la ferma volontà di realizzarle tutti insieme».
Il 18 arriva la notizia di un esposto che chiede alla Procura di disporre immediati accertamenti sulla situazione dell’area interessata dai lavori. La giunta forse comincia a scricchiolare: dopo le dichiarazioni dei giorni precedenti dell’assessore alla Tutela ambientale, che, solidale con i manifestanti, aveva accennato a vaghe dimissioni collettive, anche l’assessora alle Politiche per il clima e la mobilità sostenibile, con deleghe ai parchi e alla forestazione urbana, Carlotta Bonvicini, si dice finalmente in linea con il suo partito, Avs, affermando — assai tardivamente — che «l’avvio dei lavori sarebbe un punto di non ritorno». Poi il colpo di scena: il 19 il sindaco invita l’Assemblea a un incontro, venerdì 21 agosto alle 17. In serata Marco Massari e l’assessore alla Rigenerazione urbana, Carlo Pasini, discutono con i vertici di Conad Centro Nord, senza rilasciare dichiarazioni ufficiali, nemmeno sull’eventuale proroga dei lavori. Conad non sembra intenzionata a ritirare le denunce, ma solo a integrare il verde con nuove piantumazioni. Intanto anche la destra si fa sentire, con un’interpellanza alla Giunta regionale del consigliere di Fratelli d’Italia Alessandro Aragona, volta a chiarire i tempi di realizzazione della casa di comunità e i costi dell’intesa tra amministrazione comunale, Conad e Ausl. Arriva anche l’attestato di solidarietà di Vinicio Capossela che, citando Mel Brooks, fa notare che, di fronte alla solita rassegnazione del «non c’è più niente da fare», è proprio adesso che si può fare.
L’Assemblea si confronta e decide di partecipare all’incontro, con l’obiettivo esplicito di salvaguardare integralmente il bosco. Quattro i rappresentanti inviati: un tecnico, una residente del quartiere, una portavoce dell’Assemblea e un esponente di Legambiente, con una piattaforma concreta e ricca di elementi propositivi. Oltre a mettere in rilievo il peso mediatico raggiunto dalla mobilitazione, si individuano soluzioni per rendere fruibile e tutelato il bosco. Al ritorno dall’incontro, la sera del 21, sotto un sorprendente arcobaleno, Ilaria Mezzenzana — tra i quattro convocati — fa il punto davanti a un’assemblea di circa centocinquanta persone. La proposta presentata al sindaco e all’assessore all’Urbanistica, fermo restando il punto saldo della tutela integrale del bosco, è quella di trasformare il sito in un bosco urbano di comunità, articolato su quattro direttrici: una parte di conservazione a crescita spontanea, non accessibile; una di fruizione, con percorsi naturalistici interni; una terza vocata a progetti educativi, che coinvolga scuole e Università; e la parte restante, la più estesa, destinata alla comunità — così da trasferire sul territorio la radice relazionale maturata nella mobilitazione. Per riqualificare la zona, bonificandola dalle fondamenta in cemento e dagli eventuali rifiuti, si propongono interventi non invasivi, in linea con le nature-based solutions: tecniche ambientali che valorizzino gli elementi presenti per rivivificare il luogo. La gestione verrebbe affidata a un comitato composto da Comune, proprietà dell’area, Università, associazioni ambientaliste, rappresentanti di quartiere, tecnici forestali e scuole. Una vera e propria governance di cittadinanza attiva, con un accordo pluriennale tra Conad e le realtà sociali e istituzionali, che integri pubblico e privato. La delegazione ha chiesto un confronto diretto con l’azienda, ottenendo dal sindaco solo una vaga promessa. Massari, del resto, non ha fatto che ribadire gli impegni della sua giunta sulla riduzione delle superfici cementate e sull’incremento delle piantumazioni, confermando però il progetto originale. Nel comunicato diffuso dopo il confronto scrive, tra l’altro: «Abbiamo ascoltato attentamente le proposte e discusso rispetto agli impegni che in questa fase possiamo prenderci».
Impegni che, evidentemente, non andranno oltre i ritocchi estetici a questo ennesimo scempio speculativo presentato come rigenerazione urbana. Anche le denunce restano pendenti sugli attivisti. Domenica 23, l’Assemblea per una città transfemminista, che raccoglie le realtà femministe e transfemministe di Reggio Emilia, diffonde un documento di piena solidarietà alla lotta ambientalista: «Rispediamo al mittente la dicotomia servizi contro ambiente; sappiamo quanto siano fondamentali i presidi territoriali e di comunità come spazi vivi, con personale sufficiente, risorse adeguate e condizioni di lavoro dignitose. La nostra prospettiva ecotransfemminista tiene insieme tutto questo: la cura della comunità, la salute pubblica e la tutela dell’ambiente non sono alternative, ma parte inalienabile delle nostre vite. Il modello finanziario secondo cui i Comuni devono avvalersi del capitale privato per costruire infrastrutture pubbliche e dare servizi è un modello fallimentare, figlio dell’epoca neoliberista, che negli anni Duemila ha generato il progetto Conad-Ospizio. Oggi le macerie di quegli anni sono evidenti: l’impresa privata spadroneggia, denunciando chi protesta, mentre l’amministrazione pubblica ratifica senza opporsi. Appoggiamo la lotta per il Bosco Ospizio, perché è un esempio concreto di partecipazione dal basso e di depatriarcalizzazione e decolonizzazione della politica».
Perciò, nonostante la delusione per l’ignavia dell’amministrazione comunale, la mobilitazione e il presidio continuano, sostenuti da un consenso sempre più ampio.
Testo e foto di Marco Cosentina






