Da 14 anni gli Orti urbani di via Goito sono uno spazio di socialità e autogestione. Ora, mentre torna l’ipotesi di edificare l’area, la collettività chiede che quel terreno venga riconosciuto per ciò che è già diventato: un bene comune.

A Livorno, in via Goito, sei ettari di terreno hanno visto fallire in decenni sei cooperative, andare deserte tre aste giudiziarie e resistere 14 anni di orti, biblioteche a cielo aperto e pomeriggi di bambine/i tra le zucchine. L’unica cosa che non è mai cambiata per l’amministrazione comunale è la certezza che in quell’area si potesse costruire qualcosa. Il 5 settembre, alle 16, un corteo partirà proprio da quel terreno per arrivare fin sotto il Comune. La questione non riguarda solo Livorno: cerchiamo di capire perché.

Un esperimento di complessità, suo malgrado

In via Goito un territorio ha coagulato persone e si è auto-organizzato nel vuoto lasciato da altri. Non un progetto, un piano, una visione calata dall’alto, ma l’esempio di come una comunità ha bonificato, in autonomia, una discarica abusiva e da 14 anni ci coltiva, si prende cura del frutteto, del boschetto dove nidificano upupe e fagiani, organizza laboratori, cene, incontri. È esattamente il tipo di complessità che sfugge alla pianificazione lineare: non prevista, non programmata, eppure straordinariamente più resiliente di qualunque piano operativo che le è stato sovrapposto. Mentre sei cooperative fallivano tentando di costruirci case, gli orti no: c’erano già, e ci sono ancora. Il paradosso è che questa resilienza dal basso non ha mai contato nulla nei bilanci decisionali dell’amministrazione comunale. Ogni ciclo di pianificazione urbanistica ha riconfermato una fetta di edificabilità, come se il sistema decisionale non riuscisse proprio a vedere ciò che il territorio, nel frattempo, aveva già deciso da sé.

Non è una questione di strumenti urbanistici mancanti

Dal 2014 la legge regionale toscana impone che ogni previsione edificatoria del piano operativo, se non attuata, decada dopo cinque anni. Colpisce l’ostinazione della crescita a riprodursi anche quando il mercato stesso, con tre aste andate deserte e un prezzo sceso da tre milioni a meno di uno, grida che quella crescita non la vuole più nessuno. La Regione Toscana è stata la prima a scrivere in una legge il principio del “consumo di suolo zero”, nel 2014 (posizionamento espresso già nel 1995). Non manca la cornice normativa. Manca, semplicemente, la volontà di applicarla.

Perequare non è liberare

La recente proposta di perequazione urbanistica avanzata da associazioni ambientaliste è una soluzione elegante che mantiene inalterata la logica: il diritto edificatorio non scompare, ma semplicemente trasloca. Ciò che serve non è un trasferimento contabile, ma il riconoscimento di quel territorio come luogo sottratto per sempre alla logica dello scambio – quello che Alberto Magnaghi chiamerebbe uno statuto del luogo, non un progetto sul luogo. Altrove questo passaggio è stato fatto, con strumenti concreti.

A Barcellona, l‘ex fabbrica occupata di Can Batlló è stata riconosciuta nel 2016 come patrimonio civico a gestione comunitaria: non sgomberata, istituzionalizzata. A Napoli, dal 2011, il Comune ha inserito nello statuto la categoria giuridica di “bene comune”, e ha riconosciuto con delibera spazi occupati e autogestiti a partire da regolamenti scritti dalla comunità stessa e semplicemente ratificati. Non concessioni dall’alto, ma un processo di condivisione e partecipazione per il riconoscimento del bene comune e della sua gestione. La differenza è tra un’amministrazione che tratta la partecipazione come una consultazione da ascoltare e poi archiviare (mero passaggio burocratico), e una che la tratta come una redistribuzione reale di potere decisionale.

A Livorno la sequenza è stata: mozione di minoranza in Consiglio comunale, respinta; ordine giudiziario di sgombero; comitato lasciato a trattare, nella pratica, con un tribunale. A Barcellona la sequenza è stata: anni di co-progettazione con le reti civiche, prima ancora di scrivere le regole. Non è un dettaglio procedurale. È la differenza tra una città che decide “per” il proprio territorio e una che prova, faticosamente, a decidere insieme. La stessa distinzione che ho visto, in un contesto radicalmente diverso e più drammatico, alla base del confederalismo democratico in Kurdistan: la convinzione che il potere reale si misuri da quanto un’istituzione è disposta a cederne, non da quante mozioni riesce a respingere in Consiglio.

Il 5 settembre alle 16, dal Polmone verde di via Goito, partirà un corteo diretto a Piazza del Municipio. Dal 3 al 6 settembre sarà possibile campeggiare liberamente sul terreno. Quattro presidi permanenti restano ai quattro ingressi dell’area, in attesa di un ordine di sgombero che, a oggi, vi pende sopra. Non è solo una vertenza locale: è la prova che in questo Paese lo spazio tra ciò che sarebbe tecnicamente possibile fare per il bene comune e ciò che un’amministrazione sceglie effettivamente di fare resta, quasi sempre, semplicemente inesplorato. Andarci, il 5, è anche questo: chiedere che qualcuno, per una volta, lo esplori.

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L’autrice: Fabiana Cioni è architetta, dottore di ricerca in Architettura, Città, Design presso l’Università Iuav di Venezia, e docente.