I piccoli Comuni di montagna rappresentano fondamentali laboratori di pratiche politiche democratiche e costituzionali, che ci indicano la strada per arginare l’allarmante spinta in avanti delle ultradestre identitarie. Di fronte alla crisi dei diritti e ai crescenti impulsi xenofobi, i territori montani, proprio quelli che più hanno sofferto e tuttora soffrono la marginalizzazione socioeconomica prodotta dal modello urbano e industriale novecentesco, fungono da modelli per la messa a terra di politiche di welfare dal basso e accoglienza diffusa.
L’avanzata delle ultradestre in Europa e in Italia, variamente coinvolte in compagini governative e parlamentari, richiede infatti la messa in cantiere di una prospettiva sociopolitica che riponga al centro quei fondamentali principi democratici sanciti dalla carta costituzionale nascente dalla lotta antifascista. A livello internazionale le conseguenze di un’ultradestra governativa hanno già dimostrato la pericolosità per la tenuta democratica. Basti a questo proposito pensare alla decadenza – politica, economica, ecologica e culturale – prodotta da Trump e all’influenza del suo operato a livello globale, con lo sdoganamento delle soluzioni belliciste a svantaggio della diplomazia fino ad arrivare alla legittimazione delle operazioni disumanizzanti e genocidarie.
Il progredire dell’ultradestra nazionalista, connaturatamente razzista e xenofoba, produce la messa in discussione e il contenimento dei diritti individuali, collettivi e sociali che le madri e i padri costituenti hanno fissato nella Costituzione. La sempre più precarizzata vita quotidiana per milioni di persone viene poi ulteriormente strumentalizzata della forze politiche di stampo postfascista attraverso soluzioni che puntano a divaricare ulteriormente la forbice delle opportunità alimentando opzioni che mettono le une contro le altre le fasce più povere. Il fatto è che molto spesso le paure alimentate da queste forze politiche riescono a fare presa, sovente anche in termini molto ampi, anche e soprattutto sulle fasce più deboli della società e in quei territori in cui lo stato sociale, quando non totalmente assente, è ridotto ai minimi termini; con il risultato che anche in Italia, ad esempio, stando agli ultimi sondaggi, i partiti dell’ultradestra nazionalista, che in modo del tutto palese propongono la deportazione dei cittadini non italiani, superano insieme il 10%. E non importa se la deportazione possa o meno (nuovamente) concretizzarsi: il solo fatto che questa opzione venga deliberatamente proposta attraverso un’allarmante normalizzazione, costituisce di per sé un fatto pericolosissimo che fa ripiombare l’Italia ai prodromi di quell’Italia che pose le basi all’avvento del ventennio fascista. Si pensi, poi, ai devastanti risvolti economici se milioni di cittadini non italiani fossero davvero espulsi, in uno Stato in cui il lavoro degli immigrati produce il 9% del Pil.
Quella che non può essere considerata un’alternativa all’ultradestra nazionalista – ché legittimerebbe quelle politiche razziste finora dette –, ma bensì una energica rivendicazione dei diritti costituzionali, dunque, non è più procrastinabile. Per farlo è necessario ripartire dalle istituzioni più vicine e prossime ai cittadini, ovvero i Comuni, che con i loro sindaci e le loro sindache possono (e devono) stimolare una profonda discussione sui rischi di una deriva identitarista. In modo particolare possono essere proprio i piccoli Comuni di montagna a costituire la prima e più importante rivendicazione di modelli partecipativi e democratici, ripartendo così da quei territori cosiddetti marginali dove più manca la piena accessibilità ai diritti di cittadinanza. I piccoli Comuni montani possono in tal senso configurarsi come laboratori democratici per rispondere alle chiusure razziste delle ultradestre, al fine di strutturare e rilanciare una base politica costituzionale.
In questo modo le montagne si configurano ancora una volta come una possibilità: le montagne sono di per sé meticce, contaminate, fluide. Lo sono sempre state, vuoi per necessità dovute a condizioni difficili, vuoi per l’attivazione di economie che non potevano che costruirsi se non attraverso continui scambi e contatti tra abitanti e “forestieri”. Le montagne, detta in altri termini, non sono mai potute essere territori chiusi ed ermeticamente respingenti: si pensi solo alle migrazioni stagionali, alle rotte dei mercanti, ai pellegrinaggi religiosi, alle transumanze.
Ripartire da questa connaturata strutturazione storico-sociale delle comunità montane e dei loro paesi permetterebbe di leggere questi territori quali luoghi d’elezione per porre in essere politiche economiche, ecologiche e di welfare che guardino irrinunciabilmente all’accoglienza diffusa e alla salvaguardia dei diritti costituzionali.
A dare ulteriore forza ai Comuni di montagna quali laboratori di democrazia costituzionale, si pone una caratteristica di non poco conto: ovvero la possibilità di trasformare il quotidiano attraverso azioni politiche e amministrative dal basso, i cui cambiamenti sono fattivamente visibili. Per abitare un territorio è infatti necessario avere la reale possibilità di incidere nello spazio abitato, ed i piccoli Comuni di montagna, in questo senso, si configurano come luoghi dove si sperimentano modi di stare al mondo solidali, cooperativi, partecipati; dove è dunque possibile rispondere all’avanzata delle ultradestre, le quali cercano invece di fare leva sulle paure sociali rivolte verso i poveri, gli stranieri, le minoranze sociali.
Nelle montagne italiane si sperimentano e portano avanti pratiche dal basso attraverso cui abitanti e amministrazioni guardano ai bisogni delle popolazioni per dare loro risposte concrete, piuttosto che alimentare facili paure. In questa direzione va ad esempio l’infermiere di comunità che Luca Santilli, sindaco di Gagliano Aterno (Aq), da anni finanzia mettendo questo fondamentale servizio nel bilancio comunale; oppure si guardi a Castel del Giudice (Is), dove il sindaco Lino Gentile, attraverso un apposito regolamento, trasforma le proprietà private abbandonate in beni di interesse comune; o ancora si guardino alle esperienze di accoglienza diffusa di migranti e richiedenti asilo si pensi alla notissima Riace – attraverso cui, così come avviene da molti anni sull’alto Ionio calabrese, si mantengono aperte scuole, negozi e servizi di prossimità; si pensi ancora alle cooperative di comunità delle quali in Italia 7 su 10 sono attive proprio nei Comuni montani alpini e appenninici, come quella Viso a Viso di Ostana, grazie alla quale, tra gli altri, viene garantito l’asilo per le giovani famiglie, o alla Fer-Menti Leontine di San Leo, sull’Appennino riminese, la quale, tra le altre cose, mantiene vive una bottega e un forno.
Tutto questo ci dice che dalle montagne può partire un modello sociale, politico ed economico che indica la direzione per il contrasto alla preoccupante avanzata dell’ultradestra. La proposizione di paradigmi democratici può e deve scaturire proprio da quei territori dove i vuoti creati dalla mancanza dei diritti di cittadinanza si colmano attraverso politiche inclusive e partecipate. Percorsi, questi, che vanno sostenuti e alimentati: il rischio, altrimenti, è che le insicurezze sociali si trasformino in razzismo e xenofobia strumentalmente alimentate dalle ultradestre. E questo la nostra Repubblica non può permetterselo.
L’autore: Nicholas Tomeo, docente Università del Molise, curatore del Vocabolario delle aree interne, Radici edizioni, 2024




