L'imperialismo criminale smette di nascondersi, anzi si intesta il bottino con tanto di firma

Sarebbe bastato ascoltarlo. «We’re going to run the country», il Paese lo gestiamo noi, disse Donald Trump il 3 gennaio, poche ore dopo che i suoi avevano rapito Nicolás Maduro dal letto. Ora sappiamo che cosa voleva dire, perché venerdì Washington si è presa il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili venezuelani, “il più grande accordo petrolifero della storia”, dice sornione Trump: un quinto del greggio del Paese che ne ha più di tutti.

Usiamo bene le parole: rapina a mano armata con sequestro di persona, visto che il blitz ha lasciato 80 morti a Caracas secondo il New York Times, visto che il presidente sta in cella a Brooklyn e visto che dopo otto mesi manca la data delle elezioni. È il metodo Trump ma è anche il metodo Netanyahu e il metodo Putin, tutti convinti che il cortile del vicino sia casa loro. Così l’imperialismo criminale smette di nascondersi, anzi si intesta il bottino con tanto di firma.

E ricordiamoci stretti quelli che chiamavano tutto questo “democrazia”. Il 4 gennaio Palazzo Chigi raccontava la telefonata di Giorgia Meloni con María Corina Machado: l’uscita di Maduro apriva “una nuova pagina di speranza” per i venezuelani che sarebbero tornati “a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto”. Antonio Tajani a Rtl 102.5 spiegava che «è legittimo l’intervento statunitense», e Giuliano Ferrara sul Foglio la chiamava “amputazione chirurgica di un arto infetto”.

Intanto anche Machado dal primo agosto sta fuori dal tavolo della transizione. I principi base dello Stato di diritto, insomma, sono il pieno che costa meno agli automobilisti americani. E i difensori di quell’imperialismo sono qui, tra noi.

Buon lunedì.