Il 27 agosto 2026 è morto all’Aia, a 84 anni, Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica: crimini che in Republika Srpska continuano a essere negati e che ne fanno tuttora un eroe. Ripubblichiamo per l’occasione Strage di memoria, il reportage di Simona Silvestri da Potočari sugli oltre 8.000 bosgnacchi uccisi nel 1995 e sulle Madri di Srebrenica che da trent’anni chiedono giustizia
Compaiono all’improvviso, non appena la macchina svolta da Bratunac verso il memoriale di Potočari, alle porte di Srebrenica. Sono un qualche centinaio di immagini piantate davanti alla quasi totalità delle case e dei cortili affacciati sulla via: rappresentano i volti dei civili serbi uccisi in quella zona durante la guerra del 1992-95, nelle intenzioni di chi le ha affisse «vittime dimenticate e trascurate» contrapposte volutamente alle vittime degli “altri”, quelle che invece vengono ricordate l’11 luglio di ogni anno qualche chilometro più avanti. Sono i giorni in cui viene commemorato il trentennale dal genocidio di Srebrenica, il massacro di oltre 8.000 bosgnacchi (bosniaco-musulmani) da parte delle forze armate serbe agli ordini del generale Ratko Mladić, ed è quasi impossibile non pensare a una provocazione.
Ma non c’è da stupirsi: in Bosnia Erzegovina i morti hanno finito col diventare simboli al servizio di una politica sempre più nazionalista che non si fa scrupoli di utilizzarne la memoria – o meglio, la memoria distorta – per i propri fini propagandistici, e che sfrutta la rimozione della storia e delle proprie responsabilità per ottenere consenso. Non è un caso che quelle immagini siano state posizionate in bella vista lungo l’unica strada su cui sono costrette a transitare tutte le persone dirette a Srebrenica, verso quel memoriale che dovrebbe essere considerato un monumento perenne all’ignavia dell’Europa e dell’Occidente che, nell’estate del 1995, voltarono lo sguardo altrove mentre nel silenzio generale veniva compiuto il genocidio, l’unico in Europa e riconosciuto come tale dopo la Shoah. Una mattanza che avrebbe demolito in poche ore l’illusione di quel “non accadrà mai più” pronunciato come monito dopo la Seconda Guerra mondiale.
Nel giro di pochi giorni a partire dall’11 luglio, oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi sopra ai 12 anni furono giustiziati dalle forze serbo-bosniache entrate in quella che l’Onu aveva dichiarato una zona sicura: la cifra 8.372 impressa sulla targa all’ingresso del memoriale di Potočari indica il numero delle vittime, anche se i tre puntini che immediatamente la seguono lasciano intendere come si tratti di un numero tutt’altro che definitivo. Secondo le stime, infatti, sarebbero diecimila le persone scomparse, molte delle quali impossibili da identificare: dopo essere state seppellite in fosse comuni, vennero a più riprese spostate in fosse secondarie sparse lungo tutta la valle della Drina, in modo da renderne difficile il riconoscimento. Ogni anno a Srebrenica vengono seppelliti i resti di chi è stato possibile identificare, spesso anche solo grazie a pochi frammenti ossei o a qualche oggetto, come un orologio o una fotografia conservata nelle tasche dei pantaloni. Ad oggi, le vittime sepolte all’interno del memoriale sono circa 6.770, cui si aggiungono altre 250 persone per cui le famiglie hanno preferito altri piccoli cimiteri locali. Tra le prime, figurano anche le sette salme inumate nel trentennale di Srebrenica: una donna, Fata Bektić (67 anni), uccisa da una granata mentre scappava con la famiglia verso la base Onu di Potočari, e sei uomini, Senajid Avdić e Hariz Mujić, entrambi diciannovenni, Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). All’appello mancano ancora circa 1.000 persone.
Una moltitudine di persone è arrivata a Srebrenica per ricordarle. C’erano i sopravvissuti e i bosniaci della diaspora – un numero in crescita costante dopo la guerra – e migliaia cittadine e cittadini provenienti da paesi europei ed extraeuropei, tra cui moltissimi italiani. C’erano poi i seimila partecipanti della Marš mira, la marcia della pace arrivata da Tuzla percorrendo a ritroso nei boschi gli oltre cento chilometri di quella marcia della morte intrapresa nella notte tra l’11 ed il 12 luglio 1995 da una colonna di 15 mila persone, principalmente uomini, con l’intenzione di arrivare nei territori liberi controllati dall’esercito di Bosnia-Erzegovina. La maggior parte cadde vittime delle imboscate e degli attacchi di artiglieria dell’esercito serbo-bosniaco. C’erano infine le Donne in nero di Belgrado, che ogni 10 luglio manifestano in Trg Republike, nel cuore della città, affinché i loro cittadini riconoscano quanto accaduto a Srebrenica e per chiedere un’ammissione di responsabilità da parte delle autorità serbe sul conflitto del 1992-95.
La memoria e il ricordo del genocidio sono del resto ancora un terreno di scontro con chi si ostina a negare quanto accaduto, nonostante la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja che nel febbraio del 2007 ha dichiarato l’esercito della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina colpevole di genocidio, e nonostante il riconoscimento ufficiale nel 2024 da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell’11 luglio quale Giornata internazionale di riflessione e commemorazione sulla memoria del genocidio di Srebrenica. Non è un caso che tra le decine di rappresentanze politiche locali e internazionali presenti per la cerimonia istituzionale, fossero assenti quelle della Republika Srpska (Rs), una delle due entità in cui è divisa la Bosnia-Erzegovina e all’interno della quale si trova Srebrenica: il suo presidente Milorad Dodik non riconosce il genocidio e, appena un anno fa, lo ha definito pubblicamente un’invenzione nel tentativo di «satanizzare l’intero popolo serbo», negando le cifre ufficiali delle vittime. Non che il suo comportamento sia poi così diverso da quello dei suoi concittadini in Rs, dove molti dei criminali colpevoli di massacri, stupri e violenze di ogni genere durante la guerra – primo tra tutti lo stesso Mladić – sono considerati eroi del popolo, omaggiati con murales e scritte commemorative. E non va meglio nelle scuole dell’entità, dove i più giovani studiano una storia completamente artefatta scritta su manuali di storia dettati dalle autorità di Banja Luka, la capitale della Rs, o provenienti da Belgrado, in cui il genocidio semplicemente non esiste. Mancava ovviamente anche il presidente serbo Aleksandar Vučić, già ministro dell’informazione ai tempi di Slobodan Milošević che, quando nel 2024 ci fu il riconoscimento ufficiale da parte delle Nazioni Unite, si presentò avvolto in una bandiera serba definendo quella decisione un tentativo di screditare il popolo serbo. Nei suoi discorsi pubblici, non usa mai la parola genocidio preferendo parlare di un “terribile crimine”, in un vergognoso mix di negazionismo e revisionismo storico in cui le responsabilità di Belgrado vengono sminuite e le colpe dei crimini commessi dai serbi durante la guerra annacquate.
A loro – ai presenti ma soprattutto agli assenti – si è rivolta con ostinata fermezza Munira Subašić, presidente dell’associazione “Udruženje Pokret “Majke enklava Srebrenice i Žepe” (Associazione delle Madri delle enclavi di Srebrenica e Zepa), che da trent’anni porta avanti la battaglia per ottenere giustizia per i propri cari, mariti, figli, nipoti.
«Nessuno ha il diritto di uccidere il figlio di nessuno. Nessuno ha il diritto di violentare la figlia di nessuno. Nessuno ha il diritto di uccidere la madre di nessuno – ha detto in piedi, la nuca coperta da un velo bianco e il viso segnato dalle rughe, su cui spiccavano gli occhi neri e vividi -. Mentre sono qui, molte madri in Ucraina e Palestina stanno vivendo ciò che abbiamo vissuto nel 1995. Il mondo e l’Europa non hanno imparato nulla».
È nelle sue parole che emerge la memoria più vera di questa giornata, che è capace di aprirsi al mondo proprio mentre in un altro Paese nel cuore del Mediterraneo sta andando in scena lo stesso copione visto a Srebrenica e in Bosnia. Che mette in guardia dal riempirsi la bocca di ipocriti “mai più” mentre in diretta mondiale si permette che un intero popolo venga lasciato morire di fame, consentendo al governo israeliano di bombardare indiscriminatamente ospedali, campi profughi, luoghi di culto, scuole. Che credibilità può avere la stanca litania del “non dimentichiamo” se, a trent’anni di distanza, occorre ancora constatare il fallimento dei meccanismi di prevenzione e di tutela delle vittime civili, senza avere neanche più la scusa di aver visto troppo tardi le immagini di quanto stava accadendo? Le persone lasciate morire nella Striscia di Gaza sono ad oggi già 60mila e lascia l’amaro in bocca constatare che, forse, da quanto accaduto a Srebrenica non abbiamo davvero imparato nulla.
Se la memoria di certi rappresentanti istituzionali è corta, chi ha vissuto il genocidio del 1995 non ha dimenticato la lezione appresa sul proprio stesso corpo e, tra le migliaia di persone presenti lo scorso 11 luglio, erano in tante a portare con sé un simbolo di vicinanza al popolo palestinese, qualche bandiera o anche solo una maglia dedicata alla Palestina. Piccole testimonianze di come parlare di Srebrenica, a trent’anni di distanza, abbia senso solo se si esce dal mero culto della memoria, per alzare la voce quando serve e denunciare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Cosa che ha fatto Munira Subašić con la mite ostinazione che da sempre contraddistingue l’impegno delle Madri di Srebrenica, nel corso del suo discorso durante la commemorazione : «Europa, svegliati, è il XXI secolo e invece della giustizia, il fascismo ha iniziato a risvegliarsi. Non so fin dove arriveremo».
Simona Silvestri è autrice del libro Il Paese che non c’è (Infinito 2017)Come presidente di Iniziativa laica ha curato il volume Elogio della laicità edito da Left
foto di Savino Carbone




