I rapporti tra Russia, Iran e Corea del Nord non configurano ancora un’alleanza militare organica, ma una rete di cooperazioni bilaterali fragili e contingenti. Presentarli come un blocco compatto rischia di legittimare una strategia fondata prevalentemente sul riarmo, mentre la sicurezza europea richiede un equilibrio più complesso tra difesa, diplomazia, sanzioni e prevenzione dell’escalation

Qualche giorno fa l’ammiraglio Cavo Dragone, presidente del Nato Military Committee, ha rilasciato un’intervista strategicamente impeccabile e logicamente stringente. L’intervista giunge alla conclusione della necessità di un riarmo ancora più deciso per l’Europa e all’evenienza di considerare inevitabile un’alleanza fra Iran, Russia e Corea del nord. Addirittura si afferma «Russia, Iran e Corea del nord possono prendere decisioni rapidamente e attraverso rapporti diretti» come se esistesse un coordinamento strategico formale fra i tre Paesi. Il ragionamento parte da un assunto esatto (e forse opposto alle conclusioni): «La Nato è un’Alleanza difensiva».

Ma poi il discorso presenta tre falle macroscopiche, che possono portare a conseguenze davvero preoccupanti.

La prima questione è la mancata comprensione del rapporto fra Russia, Corea del nord e Iran. Non si tratta di un’alleanza multilaterale di fondo ma di un rapporto di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza (https://mondointernazionale.org/post/la-fragile-intesa-tra-iran-e-corea-del-nord-sul-nucleare). Certo la cooperazione economica e strategica fra Russia e Iran è di lunga data e un passo fondamentale è stato compiuto nel 2025 con un Trattato di cooperazione strategica, che ha durata ventennale. Il Trattato è composto da 47 articoli, che coprono cooperazione economica, energetica (inclusa energia nucleare civile), militare, tecnologica, cybersicurezza, antiterrorismo e lotta al riciclaggio.

Ma il punto centrale, sottolineato da diverse analisi, è che non si tratta di un’alleanza militare formale e non impone obblighi reciproci. Sostanzialmente formalizza legami già consolidati dal 2022, con l’inizio della guerra in Ucraina. L’Accordo serve soprattutto ad aggirare le sanzioni occidentali e rafforzare l’integrazione economica tra i due paesi sanzionati. Inoltre va detto che se c’è una causa che possa spingere l’Iran ad avvicinarsi alla Russia è proprio la guerra che gli Usa e Israele hanno scatenato.

La cooperazione con la Corea del nord, soprattutto a causa dell’imprevedibilità della dittatura coreana, è molto instabile e le forze che Pyongyang può esprimere, come abbiamo visto sul fronte ucraino, non sono attualmente in grado di costituire una seria preoccupazione per l’Alleanza atlantica. Un’alleanza organica fra i tre Paesi è ancora lontanissima dal concretizzarsi e, comunque, sarebbe in una fase embrionale per molti anni, difficilmente in grado di superare i problemi di coordinamento militare che la Nato ha avuto dopo la fine della Guerra fredda e che ha superato in maniera egregia solo dopo anni di addestramento. Per fornire un dato storico si può citare un esempio di alleanza che vede compartecipare Russia e Iran, la Shanghai Cooperation Organisation, che esiste, sotto nomi differenti, dal 1996 e che non è ancora lontanamente comparabile alla Nato.

Una seconda preoccupante falla della narrativa alleata è la necessità di una deterrenza sproporzionatamente militare contro il regime di Teheran così come contro il regime di Putin. Certo la deterrenza è fondamentale, ce lo insegna la guerra d’Ucraina che è scoppiata anche per l’incapacità della NATO di fornire una deterrenza efficace, tuttavia deve essere commisurata alla minaccia e a 360 gradi.

Una deterrenza prevalentemente militare o sproporzionata nell’ambito militare può essere controproducente mentre un accurato utilizzo delle sanzioni preventive, concordate in ambito internazionale può essere decisivo, l’elefante nella stanza che molti si ostinano a non voler osservare, in questo senso, sono le sanzioni imposte alla Libia negli anni Ottanta-Novanta dello scorso secolo (ma anche al Sudafrica). La minaccia militare da sola porta troppo spesso ad una escalation molto pericolosa e ad una incertezza di base. Bisogna anche saper distinguere fra operazioni militari di monitoraggio e difesa dello spazio aereo (necessarie in presenza del rischio di droni ostili) e rischieramento di truppe. Le seconde purtroppo non fanno altro che causare una risposta di allarme nell’avversario che essendo un regime pressoché totalitario potrebbe rispondere in maniera del tutto aggressiva o apparentemente irrazionale. La Nato, purtroppo, non sembra distinguere fra queste due evenienze.

Infine (terzo fraintendimento) bisogna precisare un qualcosa che dovrebbe essere ben chiaro e scontato: la Nato e soprattutto l’Europa non sono in guerra e, purtroppo, hanno subito minacce e attacchi ben più gravi degli attacchi ibridi della Russia o delle minacce dell’Iran.

Una tesi piuttosto inquietante presente nella narrativa della Nato invece è: “non siamo in guerra, ma non siamo più in una condizione di pace piena.” Questa dichiarazione è certo in parte vera, ma è meno vera oggi di quando si combatteva la guerra in Afghanistan e di quando il sedicente Stato islamico (peraltro nemico dell’Iran) colpiva l’Europa con tremendi attentati.

Ebbene, dobbiamo rammentarlo, non siamo in guerra con la Russia (aggressore), sebbene dobbiamo supportare una pace quanto più possibile equa e il ristabilimento del diritto internazionale in Ucraina (aggredito). Non siamo in guerra con l’Iran, sebbene auspichiamo la creazione di un sistema politico più equo e umano in quel paese in primis per le iraniane e gli iraniani. Si tratta di un conflitto ibrido e dobbiamo fare di tutto per scongiurare un’escalation militare.

Il conflitto ibrido nel quale siamo chiamati (e in parte siamo stati trascinati dagli Usa) non è una guerra militare (per noi) ma un complesso stato di crisi che può essere risolto solo con un mix di mezzi economici, diplomatici, di condivisione di informazione e di deterrenza strategica. Nell’ultimo gruppo evidentemente rientra anche il miraggio della formazione di un esercito europeo, del quale la politica tende a parlare solo quando è di moda.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne) 

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