Nel 1953, per una legge così, alla Camera si arrivò alle mani. Oggi non si scandalizza nessuno

A fine corsa, di fretta, una maggioranza che non è d’accordo su niente tranne che sull’amore per il potere sta cambiando la legge con cui voteremo. La Camera l’ha licenziata il 16 luglio a scrutinio segreto, due giorni dopo essere andata sotto per un voto, e oggi a mezzogiorno al Senato scade il termine per riscriverla: soglia del premio giù al 40 per cento e ballottaggio.

Già questo basterebbe. Nel 1952, contro la legge truffa, Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio e costituente, avvertì già allora che la prassi parlamentare vieta di cambiare a fine legislatura i meccanismi elettorali che formeranno la Camera nuova. Aveva novantadue anni e morì poco dopo.

Già negli anni scorsi avevamo digerito che le regole se le scrivano i vincitori: il Porcellum nel 2005, il Rosatellum nel 2017. Ogni volta a quattro mesi dal voto, e pensare che il 23 settembre 1947 i costituenti votarono un ordine del giorno per il proporzionale e poi lo lasciarono fuori dalla Costituzione, perché pareva scortese non fidarsi del legislatore. Piero Calamandrei si fidava meno, e scrisse che i mesi rimasti bastavano appena “per fabbricare la nuova legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimanere maggioranza”.

Ora accettiamo anche la sfacciataggine, e c’è dell’altro, che riguarda noi che scriviamo. Perfino la stampa che si dice progressista la racconta come una riunione di condominio, e Repubblica chiama “dilemmi” i buchi che i prossimi giorni risolveranno. Nel 1953, per una legge così, alla Camera si arrivò alle mani. Oggi c’è lo scandalo e intorno non si scandalizza quasi nessuno.

Buon martedì.