Qa qualche tempo, alla periferia di Milano, dove la città si sfilaccia in una galassia di capannoni, compare un altro tipo di edificio dalle sembianze misteriose. Sono lunghi e ciechi, senza finestre né insegna, il parcheggio vuoto. Ci si passa davanti senza capire cosa siano. A tradirli sono le sottostazioni elettriche addossate ai muri, le torri di raffreddamento sul tetto, un ronzio continuo che si sente da qualche centinaio di metri. Dentro, quel suono diventa un rumore bianco che non finisce mai: migliaia di ventole che raffreddano i chip. L’aria gelida sale dal pavimento e attraversa file di armadi neri, le lucine accese nel buio. E non c’è quasi nessuno: un tecnico ogni tanto. Il resto lo fanno le macchine, da sole. Più di un secolo e mezzo fa Marx aveva descritto la grande industria come «un automa, una forza motrice che muove sé stessa», una macchina che «consuma carbone e olio come l’operaio consuma cibo». Oggi gli analisti considerano l’avvento dell’intelligenza artificiale una nuova rivoluzione industriale, e quella frase suona all’improvviso letterale. Con una differenza: nella “nuova” fabbrica la presenza umana viene quasi espulsa. Fantasia, immaginazione ed estro critico cedono il passo a un’unica funzione, fredda e razionale: il calcolo. E a questo nuovo altare della conoscenza qualcuno, da qualche parte, fa una domanda. Chiede il significato di un valore su un referto medico, o una frase romantica da scrivere alla fidanzata, e in pochi millesimi di secondo l’informazione corre lungo una fibra fino a un capannone come questo. La macchina non cerca la risposta: la indovina, una parola alla volta, scegliendo quella statisticamente più probabile. E per farlo consuma corrente e scalda. Poco, ripetono le aziende del settore: quanto un secondo di microonde, cinque o sei gocce d’acqua a domanda. È perfino vero. Il problema comincia quando le domande diventano miliardi. E lo sono. A ChatGpt, ha reso noto OpenAI, ne arrivano due miliardi e mezzo al giorno, quasi trentamila al secondo, ed è solo uno dei tanti servizi. Le cinque gocce, moltiplicate così, diventano un fiume, e prima o poi un mare: un mare fatto di calcolo, che per esistere ha sete di elettricità e di acqua vera, quella dei fiumi e delle falde.
Questa fame infinita di risorse, in Italia, la può garantire per ora solo Milano. I data center attivi nel Paese sono poco più di duecento, e si trovano quasi tutti in tre città: Milano ne ha 73, Roma 21, Torino 11. Il Sud è quasi vuoto. In Lombardia si concentra il grosso della potenza installata: l’area milanese da sola ne tiene il 68 per cento nazionale - circa 414 megawatt - ed è cresciuta di oltre un terzo in un anno. Perché lì? Più che una scelta italiana, è geografia. Per dieci anni i data center europei si sono ammassati intorno a cinque città - Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino - che da sole facevano quasi il 70 per cento della capacità dell’Europa occidentale. Poi si sono riempite, e il collo di bottiglia non sono stati più i soldi ma la corrente: dove la rete è esaurita, quello che avanza scivola verso Milano, che ha i cavi, l’elettricità e una cintura di aree dismesse da riempire. Oggi è, con Madrid, il mercato che cresce più in fretta d’Europa. Eppure Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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