Ottocento miliardi, e adesso c’è pure il certificato che non arriveranno da nessuna parte. Insomma, non esistono. Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha messo agli atti, nell’analisi 01/2026, che la prontezza alla difesa entro il 2030 promessa da ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030 quando il nome ha cominciato a pesare, resta difficile da conseguire.
Basta leggere l’elenco: coordinamento insufficiente fra fondi europei e nazionali, strozzature su materiali e componenti chiave, un’industria che perde i tecnici, l’inflazione della difesa che corre sopra quella generale. E c’è la dipendenza da Washington, visto che fra il febbraio 2022 e il giugno 2023 il 78 per cento degli acquisti militari degli Stati membri arrivava da fuori, dice uno studio citato dalla Corte, con i soli fornitori americani al 63. Sovranità europea, la chiamano.
Poi c’è il debito: i revisori di Lussemburgo scrivono che armarsi a debito (appunto) può compromettere la sostenibilità di bilancio e frenare la discesa del debito. A metà 2026 la clausola l’avevano attivata 18 Stati membri, e il governo italiano, che giurava di non aggiungere spesa, ci ha infilato lo 0,9 per cento del Pil in armi fino al 2028 più 14,9 miliardi di prestiti SAFE, mentre chi aspetta una visita specialistica si arrangia.
La chiosa: senza quelle condizioni i fondi stanziati rischiano di restare sulla carta, ottocento miliardi e una diapositiva, mentre il conto arriva puntuale e arriva a noi. Il piano era già devastante e pericoloso, e adesso perfino i contabili lo trovano irrealizzabile. Serve altro per mandare a casa chi l’ha firmato?
Buon martedì.




