«È necessario un ambiente relativamente libero da regolamentazioni, il che significa che le novità devono essere considerate legali per impostazione predefinita», con queste parole Elon Musk durante il G20 finanziario ad Asheville ha attaccato per l’ennesima volta le istituzioni europee, accusandole di essere artefici di una regolamentazione eccessiva che ostacola l’innovazione.
Nulla di nuovo intendiamoci, per il mondo delle big tech le regole rappresentano un ostacolo al raggiungimento di profitti nel più breve tempo possibile, e alla competizione di potenza con la Cina per lo sviluppo di modelli di Intelligenza artificiale sempre più prestazionali. Dovremmo però considerare anche la prospettiva di chi non è tutelato dal benessere. Capisco anche che in un modello come quello Usa, ibridato tra interessi pubblici e privati, il concetto di interesse generale possa assumere sfumature del tutto peculiari. Nella nostra vecchia, stanca e claudicante Europa, le regole servono a tutelare chi non può comprare protezione, non sono un vezzo burocratico ma rappresentano la concretizzazione del contratto sociale che è alla base della pacifica convivenza. Rappresentano gli argini all’interno dei quale il fiume può scorrere controllato, evitando di esondare e trascinare via tutto quello che incontra.
Lo scontro tra le big tech americane e l’Unione Europea si declina su vari fronti, con il Digital services act e il Digital markets act, l’Unione ha affermato la propria sovranità digitale e questo ha portato ad una presa di posizione diretta del presidente Usa, che considera le regole come una limitazione della libertà di espressione e ha tentato di utilizzarle come elemento negoziale nella partita dei dazi. Diritti e doveri però non possono essere oggetto di scambio. Occorre partire da una constatazione, ogni fenomeno o nuova tecnologia non rivela mai la sua vera natura all’inizio, ha bisogno di essere assimilata e di esprimersi in tutte le sue possibili declinazioni per consentirci di comprendere davvero i reali benefici e le disfunzioni che può generare. Quando sono esplosi i social network solo pochi anni fa, anche se ormai sembrano una protesi di noi stessi, eravamo tutti presi da un positivismo ottocentesco, ma ancora non avevamo sperimentato le mille disfunzioni che questi avrebbero generato, dipendenza da scrolling, ansia di apparire, cyberbullismo, polarizzazione.
Nessuno vuole limitare la libera attività di impresa, tantomeno ci manca la comprensione delle sfide in atto e del pericolo di rimanere indietro nella sfida tecnologica, ma non è cedendo alla deregolamentazione che riusciremo ad affermare l’Europa come soggetto terzo, autonomo e forte rispetto alla competizione mondiale. La presenza di regole serve proprio a garantire la libertà, a garantire che tutti esercitino i propri diritti, evitando che gli interessi privati diventino prevalenti rispetto alle esigenze di tutela generali, degenerando in una bulimia insostenibile, che erode spazi di privacy e diritti, rischiando di far implodere il sistema in breve tempo. È l’equilibrio che garantisce la sostenibilità e il perdurare nel tempo.
Porre degli argini vuol dire proteggere, proteggere quella meravigliosa spontaneità e irrazionalità che è il bello delle persone, evitando che tutto sia conformato a criteri di efficientismo e di uniformazione. Vuol dire ad esempio evitare che l’IA sia utilizzata per l’analisi delle espressioni facciali nelle riunioni da remoto, per tracciare i micro movimenti del viso e calcolare il livello di attenzione o noia dei dipendenti, o monitorare la voce degli operatori dei call center per rilevare segnali di stress, frustrazione o affaticamento. A fine agosto è stata diffusa la notizia per cui un drone russo, per la prima volta ha deciso autonomamente grazie all’IA il proprio bersaglio, provocando tre vittime. Io non voglio vivere in un mondo in cui la scelta di vita o di morte sia affidate ad un algoritmo.
Non tutto può essere valutato sempre e solo in termini di efficienza ed economicità. Esiste anche il concetto di giustizia, e le regole servono esattamente a questo a garantire che tutti, a prescindere dalle proprie condizioni, formazione o conto in banca, siano tutelati. Questo non vuol dire bloccare lo sviluppo tecnologico, ma esisterà pure una via di mezzo. La destra sovranista ha basato le sue fortune mondiali nel fornire risposte a problemi che in larga parte proprio la destra liberista ha creato. Parte delle colpe sono anche in casa nostra, a livello europeo ma a tratti anche nazionale abbiamo ceduto alla logica regolatoria, fatta di limiti e scadenze, penso ad esempio al Green Deal, senza preoccuparci abbastanza di come guidare il processo di transizione con politiche industriali, di tutela e accompagnamento. Forse rimettere al centro le esigenze della persona, a partire dalla propria condizione sociale e materiale può aiutarci a recuperare quella capacità di comprensione e di vicinanza che deve essere propria della sinistra.
Foto Comuzi © BBC CC 4.0
L’autore: Alessandro Paglia è senatore del Pd




