A quattro anni dall’uccisione di Jina Mahsa Amini, il movimento Donna, vita, libertà continua a resistere alla repressione. Neguin Bank, attivista della diaspora, racconta una rivolta ancora viva, guidata dalle donne e capace di opporsi tanto alla teocrazia quanto alle ingerenze di Stati Uniti e Israele
Sono passati quasi quattro anni dall’uccisione di Jina Mahsa Amini, la ragazza curda iraniana che fu assassinata dalla polizia morale della teocrazia ormai al governo da molti anni in Iran. La sua morte, avvenuta il 16 settembre 2022, scatenò una grande protesta incarnata dal movimento Donna vita libertà.
Che ne è oggi di quel movimento trasversale e per i diritti di tutti, mentre prosegue l’assedio Usa all’Iran che ha reso ancora più feroce la repressione del regime? Lo abbiamo chiesto a Neguin Bank, attivista della diaspora, voce laica e progressista.
Neguin, la feroce repressione attuata dal regime iraniano lo scorso gennaio, è ancora una ferita aperta. In quei giorni di black out avvenne una feroce mattanza. Il movimento donna vita libertà è sopravvissuto? 
Posso dire che il movimento Donna, vita, libertà è vivo e dinamico, nonostante i mass media mainstream abbiano smesso di parlarne. In Iran ci sono ancora forze sociali capaci di unire le popolazioni oppresse contro le classi dominanti. Il movimento di rivolta Donna, vita libertà cresce come il movimento pro-Palestina in Italia e nel mondo. La loro peculiarità risiede nella longevità e nella capacità di operare dal basso per innescare trasformazioni culturali profonde all’interno delle strutture di potere. Il movimento in questi anni ha dovuto lottare contro il regime iraniano ma anche contro i blocchi geopolitici esterni, come Stati Uniti e Israele.
Come rintracciare il movimento?
Basta esplorare i media e le reti sociali iraniane per constatare lo sviluppo di un vero e proprio fronte sociale a partire dal movimento Donna, Vita, Libertà. E’ un fronte che agisce dal basso per smontare la propaganda di poteri contrapposti e in perenne conflitto tra loro e le loro manipolazioni. Illumina una “terza via” che rifiuta le narrazioni ufficiali. Il suo obiettivo è promuovere una consapevolezza collettiva su temi cruciali come la libertà, la guerra, la causa palestinese, il diritto all’autodeterminazione. Il movimento denuncia e smaschera manipolazioni di dati e statistiche, con un lavoro continuo.
Quale è la base sociale del movimento di opposizione al regime iraniano?
​A portare avanti queste campagne di sensibilizzazione sono perlopiù giovani donne che agiscono in totale autonomia, libere da etichette partitiche o altre appartenenze. Svolgono quasi una funzione pedagogica nei confronti di una società iraniana in particolare verso quella più giovane: non di rado, di fronte a una notizia complessa, si attende l’analisi delle “nostre sorelle” del movimento per decodificare gli eventi in modo rigoroso e oggettivo ed evitare le trappole manipolatorie del regime o degli attori esterni.
Quali obiettivi sono stati raggiunti fin qui?
​Sul piano delle conquiste materiali, dopo la straordinaria vittoria che ha imposto l’abolizione di fatto del velo obbligatorio, il fronte in questo momento ha concentrato le proprie energie su un’altra battaglia vitale: la campagna per l’abolizione della pena di morte. Velo obbligatorio ed esecuzioni capitali costituiscono i due pilastri repressivi della Repubblica islamica fin dalla sua fondazione. Anche in questo caso, la lotta più radicale vede protagoniste assolute le donne, in una linea di continuità che parte dalla resistenza storica delle madri di Khavaran negli anni Ottanta – devastate dalle esecuzioni di massa dei figli – e arriva fino alle madri di Parco Laleh e a tutte le donne in lutto che continuano a resistere e a lottare per avere giustizia per i loro figli uccisi nelle recenti ondate di proteste civili.
Nel gennaio scorso Trump incitò il movimento Donna vita libertà  dicendo ai ragazzi “scendete in strada, stiamo arrivando per liberarvi”. Gli Usa non mossero un dito in aiuto dei manifestanti e il regime fece un massacro. Cosa sappiamo di quei giorni e della mattanza compiuta dal regime iraniano?
Nel gennaio 2026 l’Iran è stato teatro di imponenti manifestazioni contro il carovita e l’inflazione, proteste ampiamente prevedibili a causa della gravissima crisi economica che soffoca il Paese. Il regime ha risposto con una ferocia inaudita, compiendo un massacro. Le immagini dei corpi avvolti nei sacchi neri di plastica nei cimiteri e nei centri di detenzione, insieme alle testimonianze delle strade insanguinate in diverse città, testimoniano una brutalità persino superiore rispetto alle repressioni passate. Il regime iraniano ha ammesso l’uccisione di circa 3.000 persone e l’agenzia Hrana ha documentato oltre 7.000 vittime, identificandole con nome e cognome. Questa drammatica vicenda è stata immediatamente strumentalizzata sul piano geopolitico. Le televisioni di opposizione finanziate da Israele, così come la Casa Bianca e la presidenza di Trump, hanno diffuso cifre enormemente gonfiate – dai 40.000 ai 100.000 morti – riducendo le vite umane a meri numeri con l’obiettivo di giustificare un’agenda interventista e legittimare nuove campagne di bombardamenti e distruzione.
I movimenti di protesta sono stati un capro espiatorio?
​Le legittime rivolte popolari nate dal basso sono state fatte oggetto di ciniche manipolazioni volte a destabilizzare il Paese e a spingerlo verso la guerra civile. In quei giorni drammatici, l’opposizione fittizia monarchica guidata da Reza Pahlavi – sponsorizzata e sostenuta apertamente da Israele – ha ripetutamente invitato la popolazione iraniana a scendere in piazza, ingannandola con la falsa promessa di un imminente regime change. Si sosteneva falsamente che gran parte della polizia, dei corpi militari e delle guardie della Rivoluzione fossero già d’accordo con Pahlavi e che “questa sarebbe stata l’ultima battaglia”. A ciò, come accennavamo, si aggiungeva il bluff di Donald Trump, che aveva annunciato un presunto intervento in caso di repressione. Nel caos generale, molti giovani sono caduti in questa trappola, complice l’opera di mistificazione portata avanti negli anni dai canali televisivi monarchici ed esteri. In quelle giornate, diverse testimonianze hanno evidenziato la presenza di figure anomale e milizie sconosciute infiltrate nelle piazze. Questi elementi hanno agito con una precisione pianificata, attaccando stazioni di polizia e cercando di attuare manovre insurrezionali in mezzo ai cortei. Di fronte a questa chiara minaccia di un’operazione pilotata dal Mossad e all’ombra dell’ingerenza bellica statunitense, il regime ha reagito con una spietatezza totale: ha oscurato internet e ha massacrato i manifestanti, colpendo indiscriminatamente la folla, un’azione seguita da ondate di arresti di massa ed esecuzioni.
Poi il 28 febbraio 2026, gli Usa hanno mosso guerra all’Iran, convinti da Israele che sarebbe stata una guerra facile. Molti mesi dopo gli Usa appaino impantanati in questa guerra, mossa in violazione del diritto internazionale. Quali scenari possiamo immaginare? 
Nell’ultimo periodo, il fronte di Donna, Vita, Libertà ha dovuto lottare per smontare anche la propaganda di Israele e degli Stati Uniti. Israele ha investito pesantemente sul proprio progetto di distruggere non solo il regime, ma l’Iran stesso come potenza regionale, puntando a rimanere l’unico polo militare ed economico dell’area. Con il supporto di USA ed Europa, la strategia mira a smantellare i Paesi che costituiscono un punto di riferimento regionale per ridurli a failed States, un copione già visto in Iraq, Libia, Siria e Libano attraverso guerre permanenti, frammentazione e conflitti civili. ​Si è cercato di vendere l’idea della “liberazione dell’Iran con le bombe”, ma la società iraniana, grazie all’attivismo del movimento e superato un primo momento di smarrimento e manipolazione, ha compreso che il reale obiettivo di Israele e degli Stati Uniti è distruggere le infrastrutture del Paese .
Trump ha detto più volte  di voler riportare l’Iran all’età della pietra, ignorando la millenaria civiltà persiana…
Anche da qui sono partite le mobilitazioni e le proteste contro la guerra. Non è stato un compito semplice, poiché- ribadisco – il fronte ha dovuto combattere su due fronti: da un lato la propaganda israeliana e dei suoi puppet monarchici (Pahlavi), dall’altro la posizione dei “campisti” sponsorizzati dal regime, pronti a sfruttare la retorica della guerra imperialista per ricompattare il consenso attorno al regime. Questa dinamica di “guerra e non-guerra” rischia di protrarsi a lungo perché fa comodo al regime. Oggi la società iraniana è economicamente schiacciata e sul punto di esplodere, alimentata da una rabbia ancora viva per il massacro dello scorso gennaio. Sebbene la popolazione trattenga momentaneamente la  rabbia  per far fronte alla emergenza bellica, nessuno sa per quanto tempo questa situazione potrà reggere, e lo status quo avvantaggia il regime.
Questa guerra si inscrive in un complesso quadro internazionale per la ridefinizione della geopolitica mediorientale, per contrastare nuovi progetti coloniali, autoritari. Ci sono contatti fra il movimento Donna vita libertà e con il movimento di liberazione delle donne curde che in questo momento è sotto attacco?
Le nostre sorelle curde, in particolare quelle della regione iraniana del Kurdistan, fin dall’inizio del movimento hanno lottato a fianco delle altre donne in Iran e continuano a essere parte integrante del fronte di Donna, Vita, Libertà. Lo slogan stesso è stato coniato e lanciato per la prima volta proprio dalle donne curde durante i funerali di Jina. Da allora, il movimento continua a trarre ispirazione dalle esperienze, dalla forza e dai contenuti che esse condividono generosamente con noi, con le altre donne della regione e con il mondo intero.
L’Europa ancora tace. Quali strumenti di pressione possiamo esercitare come cittadini europei, ben consapevoli che la questione centrale sia il rapporto Europa- Mediterraneo e oltre?
E’ fondamentale una costante  attenzione e consapevolezza della situazione geopolitica e sulla resistenza in Iran, cercando i fatti in modo autonomo e indipendente. Tuttavia, crediamo che voi in Europa, prima ancora di poter aiutare noi e gli altri popoli, dobbiate aiutare voi stessi. liberatevi dallo sfruttamento lavorativo, dai vostri padroni corrotti, dalla violenza di genere, dal razzismo e dal ritorno del fascismo in Europa. Solo liberando voi stessi potrete diventare un reale aiuto per gli altri.
foto:Di Taymaz Valley from Ottawa, Canada – Iran Protests, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=123640286