Mentre il mondo investe nella guerra, la ricerca scientifica continua a costruire possibilità di cura, conoscenza e futuro

L’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite capi di Stato e di governo si sono confrontati su un mondo attraversato da guerre, crisi climatica, disuguaglianze e nuove minacce alla salute globale. Contemporaneamente si sono tenuti incontri di alto livello sull’azione climatica e sulla preparazione alle future pandemie. È una fotografia del nostro tempo: le guerre non si fermano, si riempiono gli arsenali, il pianeta si scalda. Effetto serra, effetto guerra, potremmo dire citando un importante libro di Antonello Pasini e Grammenos Mastrojeni edito da Chiarelettere.

Nel 2025 la spesa militare mondiale aveva raggiunto 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo aumento annuale consecutivo; in dieci anni è cresciuta del 41 per cento. Intanto l’Organizzazione meteorologica mondiale certifica che il periodo 2015-2025 comprende gli undici anni più caldi mai registrati.

In questo quadro globale c’è chi lavora a nuovi sistemi d’arma, droni e altre armi di sterminio guidate dall’Ai, come quelle usate dall’Idf a Gaza, e c’è chi invece lavora perché una malattia oggi incurabile domani possa non esserlo più. Mentre il futuro viene ipotecato da chi allestisce eserciti, misura rapporti di forza o considera il riarmo una risposta inevitabile all’insicurezza, c’è chi invece cerca di costruire un futuro diverso e spende la propria vita in laboratorio per studiare una cellula, comprendere una mutazione, un meccanismo di resistenza; un futuro costruito da chi cerca una diagnosi più precoce per una malattia che altrimenti può diventare incurabile o una terapia capace di restituire tempo e qualità alla nostra vita.

Siamo convinti che la possibilità di scrivere il futuro, di assicurare un futuro all’umanità passi da qui. Dal rifiuto dell’idea che violenza e sopraffazione siano natura umana e un destino e che la pace possa essere pensata soltanto attraverso la capacità di infliggere una distruzione maggiore di quella dell’avversario. Mentre una parte enorme delle risorse viene impiegata nella competizione militare, altre intelligenze e altri investimenti sono rivolti a ridurre sofferenza, malattia e morte. L’intervista al ricercatore Maurizio Scaltriti ci parla della strada da percorrere per raggiungere questo secondo sguardo. Il biologo molecolare di fama internazionale racconta un’oncologia nella quale il confine del curabile continua a spostarsi: tumori fino a qualche anno fa quasi senza speranza sono oggi trattabili; la medicina di precisione seleziona terapie sulla base delle caratteristiche molecolari; l’mRna, diventato familiare durante la pandemia, ha aperto la strada a vaccini oncologici sempre più personalizzati; il Dna tumorale circolante può consentire di cercare tracce di malattia quando sono ancora infinitesimali. Il suo «non se, ma quando» (che campeggia in copertina del suo libro edito da Piemme) riferito alla cura di tumori racconta di un ottimismo fondato sui dati, su sperimentazioni in fase avanzata e su ciò che la ricerca degli ultimi vent’anni ha già reso possibile. Ma la conoscenza scientifica, incredibilmente è ancora sotto attacco, oggetto di falsificazioni, interessi politici ed economici.

La scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo su questo numero di Left lo dice con una formula che dovrebbe essere ovvia per tutti: «La biologia non si piega alle convinzioni personali e i virus non conoscono ideologie».

Per Cattaneo, la cultura scientifica si costruisce nella scuola, nell’università, nelle istituzioni e nell’informazione. E politica e media hanno una grave responsabilità quando sfumano il confine fra ciò che è stato verificato e ciò che non lo è, trasformando il pluralismo in una par condicio fra prove e affermazioni prive di riscontri. Le altre pagine della storia di copertina mostrano quanto questo terreno sia diventato politico e culturale.

Lorenzo Fargnoli ricostruisce la metamorfosi dell’universo no-vax dopo la pandemia mostrando con un’inchiesta sul campo come una parte del lessico nato attorno a Green pass e vaccinazioni – sospetto verso Stato e scienza, sovranità individuale, élite come nemico – abbia trovato punti di contatto con la destra identitaria e si sia allargato ad altri terreni, dal clima ai migranti. Lo psichiatra e psicoterapeuta Francesco Fargnoli scava ancora più in profondità. Il complottismo, spiega, non si combatte immaginando che basti fornire un dato corretto a chi ne possiede uno falso. Il sospetto può diventare un sistema chiuso, capace di trasformare perfino una smentita nella conferma della trama che il complottista crede di vedere. E può essere coltivato da chi ha interesse a farlo: screditare una vaccinazione può servire a vendere un rimedio alternativo e privo di efficacia; presentare le istituzioni come nemiche può produrre consenso politico. Per questo la risposta non può essere una scienza arroccata. Il sapere, scrive, «può appartenere a tutti quando la società partecipa alla sua costruzione e trova in esso la possibilità di trasformarsi».

Il contributo di Ylenia Zambito porta infine questo conflitto dentro le istituzioni. Da componente della Commissione parlamentare Covid, la senatrice Pd e docente di legislazione farmaceutica denuncia l’uso di una sede pubblica per attribuire «pari dignità scientifica a tesi che non ne hanno alcuna». La sua tesi è che il dubbio scientifico sia indispensabile proprio perché accetta verificabilità, revisione e possibilità di essere smentito; la propaganda fa il contrario. Quando la distinzione viene cancellata, sostiene, il prezzo della sfiducia arriva alla prevenzione, alle vaccinazioni, al Servizio sanitario e diventa una «battaglia di democrazia».

Ecco allora perché abbiamo scelto questa copertina mentre siamo immersi in un orizzonte di guerra e prosegue la pulizia etnica in Palestina, dove si sono riaffacciate malattie che anche in quei territori erano stati debellati. Non perché pensiamo che la scienza possa sostituire la politica, né che una scoperta in laboratorio cancelli guerre, disuguaglianze o crisi climatica. Ma perché esiste una differenza radicale fra considerare il futuro come qualcosa da difendere con una minaccia più grande e considerarlo come qualcosa da costruire aumentando le possibilità di vivere e di vivere meglio e in pace.

Illustrazione in apertura di Fabio Magnasciutti