Premiare chi ha risultati migliori è una cosa. Costruire le condizioni perché chi oggi è più indietro possa raggiungerli è un’altra

In una serie di articoli pubblicati nel mese di settembre, Il Sole 24 Ore ha analizzato il sistema delle assunzioni nelle università statali, dai punti organico assegnati dal ministero al turnover dei singoli atenei, allargando poi lo sguardo agli ultimi cinque anni. È un insieme di dati che consente di leggere non soltanto quanto le università possono assumere, ma anche come le opportunità di crescita si siano distribuite tra le diverse aree del Paese. E il dato territoriale chiama in causa soprattutto il Mezzogiorno, dove la minore capacità di ricambio si somma alla perdita di studenti.

Nel 2026 le università statali italiane hanno ricevuto dal ministero dell’Università 1.703,32 punti organico, a fronte dei 1.744,69 liberati dalle cessazioni dell’anno precedente. Il turnover potenziale complessivo è dunque vicino al 98 per cento. Ma quando si guarda a come quei punti vengono distribuiti e, soprattutto, a ciò che è accaduto negli ultimi cinque anni, il quadro cambia.

Tra il 2022 e il 2026 il Nord ha ottenuto complessivamente 3.818 punti organico, pari al 108,1 per cento delle cessazioni. Centro e Mezzogiorno e Isole si sono fermati rispettivamente all’85,4 per cento e all’88 per cento. Anche nel solo 2026 la distanza è evidente: al Nord il turnover è stato del 109,9 per cento, contro il 92,5 per cento del Centro e l’86,7 per cento del Mezzogiorno e delle Isole. Nel quinquennio il Nord ha quindi ricevuto più punti di quelli liberati dalle cessazioni, mentre nel Mezzogiorno ne sono mancati rispetto alle uscite.

Non è una differenza marginale. I punti organico non sono una voce contabile: sono la possibilità di assumere docenti e ricercatori. Un punto corrisponde convenzionalmente al costo medio di un professore ordinario; un associato vale 0,7, un ricercatore 0,5. E i punti non rappresentano un obbligo di assunzione: sono un’autorizzazione, utilizzabile se l’ateneo dispone delle risorse necessarie per sostenere nel tempo i nuovi stipendi.

Ma è proprio il meccanismo dei punti organico a sollevare la questione. Il ministero non si limita a restituire a ogni università i posti lasciati liberi dai pensionamenti, ma redistribuisce la capacità assunzionale sulla base di indicatori finanziari e di sostenibilità. Entrano nel calcolo il rapporto tra spesa per il personale e risorse disponibili e l’indice di sostenibilità economico-finanziaria, l’Isef. Alla quota garantita si aggiunge inoltre un “delta” legato alle entrate nette. È una scelta contestata da anni per gli effetti che può produrre: la condizione finanziaria di oggi può determinare la capacità di assumere domani, trasformando una differenza già esistente in una diversa possibilità di crescita.

Quando il divario diventa cumulativo

I numeri del quinquennio mostrano che non si tratta soltanto di una fotografia del 2026. Il Politecnico di Milano ha raggiunto un turnover del 199,5 per cento e nel solo 2026 è arrivato al 235,4 per cento. Altri atenei del Nord presentano percentuali molto elevate: Ferrara 148,7 per cento, Piemonte Orientale 145,2 per cento, Insubria 144,4 per cento, Bergamo 143,3 per cento. Nel Mezzogiorno, invece, la Vanvitelli si ferma al 62,9 per cento nel quinquennio, il Sannio al 68,8 per cento, Teramo al 69,9 per cento. Nel 2026, per la Vanvitelli, il turnover è stato del 50 per cento.

Il divario non riguarda soltanto le possibilità di sostituire chi se ne va. Nel quinquennio 2021-2025 il personale accademico dei 67 atenei statali è aumentato del 10,4 per cento, ma la crescita è stata del 14,4 per cento al Nord, del 7 per cento al Centro e del 7,7 per cento nel Mezzogiorno e nelle Isole. I punti organico non spiegano da soli queste differenze: gli atenei partono da condizioni diverse, hanno dimensioni e strutture finanziarie differenti e ottengono risultati diversi nella ricerca e nella didattica. Ma proprio per questo la domanda è decisiva: che cosa accade quando quelle differenze entrano nei criteri con cui vengono distribuite le possibilità di crescita?

Gianfranco Viesti aveva già mostrato come questo meccanismo potesse produrre divari molto forti. La sua analisi degli anni 2012-2019 mostrava, per esempio, un turnover superiore al 120 per cento al Politecnico di Milano, contro il 44,9 per cento della Federico II e il 42,2 per cento di Bari, con gli atenei siciliani sotto il 40 per cento. Il punto non era soltanto la diversa capacità di ricambio, ma la possibilità che quella differenza diventasse una diversa capacità di ricostituire e far crescere il corpo docente.

C’è poi un aspetto ancora più singolare: la capacità assunzionale non coincide necessariamente con i posti liberati dal pensionamento nello stesso ateneo. Una parte può essere redistribuita. È il “travaso” dei punti organico: una regola che può trasformare una differenza nelle condizioni finanziarie in una differenza nelle possibilità di crescita. Le analisi pubblicate su Roars hanno mostrato che, eliminando quel vincolo di redistribuzione, sarebbe stato possibile aumentare la capacità assunzionale complessiva senza aumentare il finanziamento nazionale. Non è dunque soltanto una questione di quante risorse riceve l’università, ma di come le regole distribuiscono la possibilità di crescere.

Il risultato può essere cumulativo. Un ateneo che può assumere più docenti può rafforzare ricerca, didattica e capacità di attrazione; può quindi trovarsi in condizioni migliori quando vengono distribuite le opportunità successive. Al contrario, chi ricambia meno rischia di indebolire progressivamente la propria capacità di crescita. Una differenza iniziale può così diventare una differenza ulteriore.

E qui il Mezzogiorno entra in un secondo circuito. Secondo i dati più recenti dell’Anvur, nell’80 per cento degli atenei del Nord le immatricolazioni sono aumentate, mentre nel Mezzogiorno quasi un’università su due ha registrato una contrazione. Quasi uno studente meridionale su due che prosegue negli studi magistrali lo fa fuori dalla propria area di provenienza. Se gli studenti si spostano verso gli atenei che già appaiono più attrattivi, questi aumentano dimensioni ed entrate; quelli che perdono iscritti vedono restringersi la base sulla quale costruire il proprio sviluppo.

Anche la valutazione può risentire del territorio. Indicatori come il tasso di occupazione dei laureati sono importanti, ma riflettono anche il mercato del lavoro nel quale quei laureati cercano un impiego. Se questo elemento non viene considerato, una parte del divario economico territoriale può entrare nella valutazione dell’ateneo. Il problema, dunque, non è il merito: è capire come lo si misura e che cosa accade quando il risultato della misurazione determina a sua volta la distribuzione delle risorse necessarie per migliorare.

Non solo premiare, ma soprattutto far crescere

Una politica universitaria nazionale non dovrebbe limitarsi a fotografare le differenze tra gli atenei e distribuire le risorse in funzione di quella fotografia. Dovrebbe anche modificare nel tempo le condizioni di partenza. Se un dipartimento è indietro nella ricerca, la risposta non può essere soltanto prendere atto che è indietro. Si potrebbero immaginare programmi straordinari di quattro o cinque anni per gli atenei e i dipartimenti più in difficoltà: risorse per ricercatori, dottorati, laboratori, strumentazione e internazionalizzazione. Poi si valuta ciò che è stato realizzato.

Non sarebbe una politica contro il merito. Sarebbe un modo diverso di concepirlo: non soltanto come capacità di ottenere un buon risultato partendo da condizioni favorevoli, ma anche come capacità di trasformare risorse aggiuntive in crescita scientifica, didattica e organizzativa. L’università è anche un’infrastruttura attraverso cui un territorio può cambiare: produce competenze, ricerca, innovazione e servizi; può contribuire ad attirare persone e investimenti.

C’è poi il diritto allo studio. Le tasse universitarie non sono soltanto una questione di equità per gli studenti: entrano anche nel meccanismo con cui si misura la sostenibilità degli atenei. Tra i criteri per determinare la capacità assunzionale c’è il rapporto tra la spesa per il personale e le risorse disponibili, comprendendo finanziamenti statali, tasse e contributi. Quando il rapporto raggiunge o supera l’80 per cento e l’Isef è inferiore a uno, le assunzioni ammesse si fermano al 50 per cento del personale cessato l’anno precedente. Nel 2026 l’unico ateneo in questa condizione era l’ateneo campano Vanvitelli.

Nell’anno accademico 2024/25 uno studente pagante del Nord-Ovest versava in media 1.810 euro all’anno, contro 1.143 euro nelle Isole e 1.273 euro nel Sud. Considerando tutti gli iscritti, paganti ed esonerati, la distanza era di 1.221 euro contro 599 euro nelle Isole. Al Mezzogiorno paga una retta poco più della metà degli studenti: il 52,4 per cento nelle Isole e il 51,1 per cento nel Sud, contro il 69 per cento del Nord-Est. Una parte delle entrate che contribuisce alla sostenibilità finanziaria dell’ateneo dipende dunque dalla capacità contributiva delle famiglie. Così il territorio può entrare nel calcolo della capacità assunzionale senza comparire nella formula: entra attraverso le entrate degli studenti.

La questione delle tasse porta a quella più generale del finanziamento. Se si possono trovare circa 2,3 miliardi per una misura di riduzione o abolizione del bollo auto, si può anche discutere se destinare una cifra di questo ordine all’università produrrebbe un effetto più duraturo sul Paese: per ampliare la no tax area, ridurre la contribuzione delle famiglie, finanziare dottorati e ricercatori, rafforzare gli atenei che hanno perso studenti e personale. Non è soltanto una questione di quanto si spende, ma di come si decide di investire.

Il punto organico distribuisce una risorsa decisiva per la crescita degli atenei. Per questo va osservato non soltanto dal punto di vista della sostenibilità finanziaria, ma anche per gli effetti cumulativi che può produrre nel sistema. Premiare chi ha risultati migliori è una cosa. Costruire le condizioni perché chi oggi è più indietro possa raggiungerli è un’altra.

E il problema riguarda soprattutto il Mezzogiorno. Non perché nel Sud debbano essere create università uguali a quelle del Nord, né perché ogni ateneo debba ricevere le stesse risorse indipendentemente dai risultati. Ma perché un Paese che vuole ridurre i propri divari non può puntare soltanto su poche grandi punte di eccellenza nelle aree già più forti. Ha bisogno di molte buone università, distribuite sull’intero territorio nazionale. Serve una politica che non si limiti a premiare il vantaggio già accumulato, ma investa per creare nuove possibilità di crescita.

 

L’autore: Giuliano Laccetti è ordinario di Informatica alla Università degli studi di Napoli “Federico II”

 

Foto generata con la IA