L’amministrazione Trump vuole trasmettere in streaming la fucilazione di Nidal Hasan, ex psichiatra militare statunitense di origine palestinese. Il segretario alla Difesa (o ministro della guerra secondo la denominazione di Trump) Pete Hegseth ha confermato: l’esecuzione è prevista per il 3 dicembre a Fort Hood, la base militare dove nel 2009 di Hasan che uccise tredici persone ferendone altre 32. Colpito dagli agenti intervenuti, rimase parzialmente paralizzato e da allora è su una sedia a rotelle. Condannato a morte nel 2013, è detenuto e non può più nuocere. La sua uccisione sarà dunque un atto deliberato dello Stato contro una persona sotto il suo controllo. La diretta aggiungerà l’abominio di una esecuzione pubblica.
L’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato che trasmettere un’esecuzione è tortura. Il principio è lo stesso richiamato contro le esecuzioni pubbliche in Iran e Afghanistan. Vale anche per gli Stati Uniti, indipendentemente dalla gravità del delitto e dall’identità del condannato. Ma Washington rivendica la violenza come dimostrazione della propria forza e cerca il consenso attraverso l’uccisione di un detenuto.
Alla vigilia della Giornata mondiale contro la pena di morte, il 10 ottobre, il caso Hasan si affianca a quello di Christa Pike. Il 30 settembre lo Stato del Tennessee ha tentato due volte di ucciderla mediante iniezione letale. Pike è sopravvissuta ed è stata ricoverata. Il 6 ottobre i suoi avvocati hanno comunicato che aveva ripreso conoscenza e parlava, ma necessitava ancora di cure. Ha cinquant’anni ed è stata condannata per l’omicidio della diciannovenne Colleen Slemmer, commesso nel 1995, quando ne aveva diciotto. Il fidanzato di Christa, Tadaryl Shipp e suo complice, che ne aveva 17, è stato condannato all’ergastolo con possibilità di liberazione condizionale.
Amnesty International aveva chiesto di fermare l’esecuzione di Christa affetta da malattia mentale, documentando un’infanzia segnata da stupri, violenze e abbandono. Secondo l’organizzazione, le autorità conoscevano la sua situazione e non l’avevano protetta. Cosa accadrà ora? Siamo davanti alla crudeltà di uno Stato che prima tenta di uccidere e poi è costretto a rianimare. Per poi riprovare a uccidere di nuovo?
Dopo il tentativo fallito, Justin Mazzola, vicedirettore della ricerca di Amnesty International Usa, ha denunciato l’estrema crudeltà dell’accaduto. Amnesty chiede la commutazione della condanna di Pike e delle altre persone nel braccio della morte, insieme a una moratoria indefinita. La sospensione temporanea delle esecuzioni annunciata dal governatore Bill Lee è insufficiente: lascia intatto il potere di riprendere a uccidere.
La pena capitale viene spesso discussa a partire dall’efficienza delle procedure. Si cercano sostanze, dosaggi e metodi che consentano di eseguire una condanna senza incidenti visibili. Il caso Pike mostra la violenza concreta che questa impostazione nasconde. Un protocollo tecnicamente riuscito non renderebbe accettabile l’uccisione. Sposterebbe soltanto fuori dal campo visivo la sofferenza del condannato.
I dati di Amnesty descrivono un arretramento agghiacciante Nel 2025 gli Stati Uniti hanno eseguito 47 condanne a morte, il numero più alto dal 2009. Undici Stati hanno effettuato esecuzioni; diciannove sono avvenute in Florida. Per il diciassettesimo anno consecutivo gli Usa sono stati l’unico Paese delle Americhe a mettere a morte dei detenuti. Nel mondo sono state registrate almeno 2.707 esecuzioni, il 78 per cento in più rispetto al 2024.
Il totale esclude le migliaia ritenute avvenute in Cina, dove i dati sono segreto di Stato. Alla fine del 2025, tuttavia, 113 Paesi avevano abolito la pena capitale per ogni reato e 145 erano abolizionisti per legge o nella pratica.
L’abolizione è quindi una scelta già compiuta da gran parte del mondo. Ma gli Stati Uniti continuano a opporvi un sistema che autorizza la soppressione di una persona detenuta.
La gravità dei crimini di Hasan e Pike impone di riconoscere pienamente le vittime e di accertare tutte le responsabilità. Non conferisce allo Stato il diritto di uccidere. La tutela della vita umana e il divieto di tortura valgono anche per chi ha commesso atrocità: subordinarli al comportamento individuale vuol dire renderli revocabili. Definiamo sanguinario il regime iraniano che manda al patibolo chi gli si oppone. Definiamo democrazia gli Usa. Due pesi e due misure. Ma i diritti umani da tutelare sono gli stessi ovunque. Oppure no?
Foto di Maria Oswalt su Unsplash




